Nell’articolo precedente abbiamo analizzato le caratteristiche di scorrettezza del capitalismo, che subordina la funzione politico-sociologica nel mondo; in questo, cercheremo di far luce a domande di carattere ascetico: con quali mezzi la necessità produttiva è diventata regina di multinazionali? Perché gli uomini si lasciano governare da questa sfrenatezza consumistica vedendo logicità solo nei poteri finanziari?

Un po’ da sempliciotto, forse, il regista Monicelli avrebbe risposto che “gli italiani cercano qualcuno che pensi al posto loro”, ma la condizione generazionale descritta nell’articolo precedente è estesa ad una popolazione che varca di gran misura i confini nazionali; se tornassimo indietro verso testimonianze nascoste impolverate tra scartoffie di vecchie librerie, potremmo ragionare sul significato celato di questa citazione – da cui se ne trarrà una traduzione approssimativa del nostro amato insegnamento Platonico.

Analizzando brevi frammenti del dialogo nel II libro della Repubblica di Platone, gli interlocutori volti al riconoscimento di vantaggi e svantaggi scaturiti dalla giustizia e ingiustizia, sfiorano inconsapevolmente uno degli argomenti chiave della filosofia – antica e contemporanea: lo spingersi per il bene della collettività allo scoprire del vero in sè, quel bene da cui non si trae profitto ma che racchiude nell’atto di fede, rivoluzione e coscienza; e come ogni atto dalle tali caratteristiche, questo accade secondo regole di pericolo e sacrificio. E l’inchiostro cita:

“Se è così come l’ho descritto, il giusto verrà flagellato, torturato, gettato in ceppi, avrà bruciati gli occhi e infine, dopo aver sofferto ogni sorta di mali, verrà impalato. Riconoscerà che non si deve voler essere giusti, ma soltanto sembrarlo.”

Le apparenze oggi ci consentono, nei nostri momenti di riflessione singolarizzata, di captare rapidamente un uomo giusto: incravattato da cashmere e possessore di lotti e appartamenti; ci capita di esigere dai personaggi televisivi un abito in cui mimetizzarci ed una maschera che ci protegga dietro un social network. Eppure, a seguito di politiche liberali attuate in grandi stati sviluppati, il diritto/dovere appartenente ad ogni cosmopolita di esprimersi, viene deturpato dal suo firmamento di giustizia, facendone di poche voci un multiplo di “capro espiatorio”, come direbbe Renè Girard.

Fu circa nel V secolo che a fronte di ideologie democratiche si ricreò l’esigenza personale nella comunità di chiarire una verità, e questo, come ben sappiamo, è la più nobile delle cause ai cui piedi s’inchina l’utilità filosofica e scientifica; ma la verità, quale importuna sensazione esistenziale, non si mostra come fattore postulante di alcune regole, bensì come una congettura: e questa è parresìa – che risveglia l’io Kantiano richiamante l’arte della filosofia morale, l’io categorico.

postdemocrazia Secondo i filosofi che ne furono esponenti, la parresìa è il disciplinarsi oratorio nella conquista della verità, la quale si unisce al parresiasta in un unico corpo e da cui estrapola forza per mostrarsi nel pieno delle sue proiezioni. L’oratore parresiasta è colui che diviene portavoce di una verità assumendone i rischi denunciati da essa derivanti; diventa simbolo d’idea annullando le proprie abitudini sociali per un sacrificio verso il popolo da cui verrà condannato in formula di Masaniello. Non sarà il caso che la storia identifichi saggio stoico e parresiasta nel carattere di Socrate, umile nel rispondere a domande asfissiate da dubbi, e costretto ingiustamente al rito mortuario che abbracciò come degna esperienza leale. Mentre oggi, figure così scomode sono ricoperte in qualità di cariche giornalistiche (o almeno da uomini vissuti da “Giornalisti Giornalisti”, come Giancarlo Siani), spesso deboli voci impennate a causa di rumori mercantili che finanziano una contro-cultura con spot pubblicitari.

Ciononostante, approfondendo più attentamente le  caratteristiche doverose della parresìa, ci si rende conto che non è affatto una disciplina limitata a pochi uomini considerevoli d’azioni eroiche o titaniche. La parresìa nasceva come legge: a lei era affidato il compito di incarnare la lealtà e incanalarla con l’artefice di voce; e se nello stato Platonico, i governatori sono i filosofi che indicano l’auto-gestione dei cittadini, perché ognuno di noi non potrebbe rispettare le vicissitudini della giustizia e proclamarle, senza il timore di suscitarne eretico timore?

Forse la risposta ci riconduce all’affermazione di Mario Monicelli. Le grandi masse sono soggiogate in un contrattuale conflitto tra servo-padrone, in cui però non vi è il nesso Hegeliano scaturente le teorie di comunismo economico; bensì il padrone è divenuto astuto abbastanza da offuscare lentamente il meccanismo di opposizione e resistenza popolare – attraverso propagande, tv e stereotipi virtuali, tra statistiche e microspie americane – convergendo nel fantascientifico surrealismo impresso a macchia di petrolio nell’oceano: inquinante una coesione senza intralcio all’orizzonte.

Ancora una volta con questa rubrica filosofica cerchiamo uno sbocco d’aria da riempire di domande e riflessioni, perché nonostante la pacatezza dell’informazione attuale e nonostante l’insensibilità sviluppata verso il vero e giusto bene, Libero Pensiero tenta più forte che mai il nuovo lancio della correttezza e libertà di parola. Come citava M. Foucoult “e che si dica quel che si ha a dire, che si dica quel che si voglia dire, che si dica quel che si pensa di dover dire, sia perché è necessario, sia perché è utile, sia infine perché è vero.”

Alessandra Mincone