La Politica, si sa, vive momenti altalenanti: si passa dalla stagnazione generale per la quiete assoluta ad accelerazioni, necessarie quanto improvvise, che rivoluzionano l’orizzonte politico. Maestro di questi cambi di passo è sempre stato il Partito Democratico sin dalla sua nascita, anche per via della sua eterogenea composizione, che unisce varie anime politiche sotto un’unica bandiera.

Solo qualche settimana fa avevo scritto dell’impossibilità di scissione del Partito Democratico, per questioni puramente pragmatiche. E già oggi quell’analisi, quella riflessione, sembra essere antiquata. La dimostrazione della seria trasformazione dell’orizzonte politico è nettamente dimostrata da quanto successo tra sabato e domenica. A Roma, in piazza, un milione di cittadini provenienti da tutta Italia hanno risposto all’appello della CGIL e della Fiom, finalmente unite, per dire no al Jobs Act, una pietra miliare del crono-programma del governo Renzi. A Firenze, invece, è andata in scena la kermesse renziana della Leopolda, manifestazione giunta per la prima volta con un governo guidato dall’ex sindaco di Firenze. Ad entrambe le manifestazioni hanno partecipato pezzi importanti del primo partito d’Italia, segnando anche una forte rottura tra le due anime principali del partito.

Ognuno dovrebbe essere giudicato dalle azioni, e così farò in questa analisi. Fassina e Civati, per citarne due, sono scesi in piazza al fianco di Landini e Camusso per protestare contro il Jobs Act. Questi due non hanno avuto la minima paura di attaccare pubblicamente Renzi ogni qualvolta lo ritenessero necessario, e non hanno avuto paura, insieme a Cuperlo, a parlare di possibilità di scissione del partito, forse rinvigoriti da quel fiume umanoche si è riversato per strada. A Firenze, invece, è andato in scena il PD governativo con tutti i renziani, con 19mila accrediti e numerosi ospiti, per lo più dal mondo dell’industria e della finanza. A Roma si è parlato di lavoro, di diritti dei lavoratori e di protezioni di questi; a Firenze si è proposto di limitare il diritto di sciopero per i lavoratori del settore pubblico.

In altri tempi si sarebbe detto che a Firenze si sia tenuta una manifestazione del Partito Liberale, mentre a Roma era scesa in piazza, con la solita capacità di coinvolgimento, l’apparato del Partito Comunista Italiano. E probabilmente, se si raccontasse a Berlinguer che alle due manifestazioni hanno partecipato personalità dello stesso partito, Enrico sarebbe esploso in una fragorosa risata.

E’ triste ammetterlo, ma la nuova ditta di Renzi, il “Partito della Nazione” come egli stesso l’ha definito, dopo essere riuscito a coronare il sogno di egemonia a sinistra sta evidentemente sforando verso il centrodestra, costringendo anche a Brunetta ad uscite degne del miglior Vendola. Gianni Cuperlo, a capo di una piccola fronda interna al PD che si oppone a Renzi, ha detto pubblicamente che un’eventuale scissione sarebbe colpa di Renzi. La colpa di Renzi sarebbe quella di aver portato il partito su altre posizioni (oltre che stabilmente al 40%, secondo i sondaggi) che non competono all’originaria natura del soggetto politico, con il premier, però, per nulla intimorito dalla debole opposizione e che prosegue diritto per la sua strada.

Come già detto qualche settimana fa, la forza di Renzi sta nei numeri, in un dominio assoluto nel partito e dell’imminente costruzione della nuova legge elettorale, che potrebbe essere anche più bipartitica di quello che si progettava al Nazareno. Sembra essere questo l’unico limite, l’unica barriera per un cambio di passo per tutta l’ala sinistra del PD e di una parte della base che, nonostante riesca ad apprezzare le soddisfazioni elettorali che il nuovo PD sta assicurando non riesce a digerire la deriva centrista e liberista del partito.

Ora la questione è semplice: alla luce della manifestazione romana, è plausibile una divisione del partito in due soggetti? Non sembrerebbe facile da fare. Facendo un ragionamento strettamente numerico, basandoci sulle elezioni politiche del 2013, se il milione in piazza a Roma votasse in blocco l’ala sinistra del PD questo arriverebbe a racimolare i voti raccolti da SEL, ovvero il 3.2% delle preferenze. Ciò significa che l’ala sinistra del PD, semmai l’Italicum venisse approvato, non avrebbe molte speranze di entrare in Parlamento vista la soglia di sbarramento al 4.5%. Ma anche se riuscisse ad entrare si costringerebbe a mera opposizione senza la minima voce in capitolo.

Pensare, comunque, che l’eventuale scissione a sinistra del PD, con una conseguente ovvia alleanza con SEL e con i reduci dell’esperienza Tsipras, possa racimolare solo il 3% sembra riduttivo. Molto più plausibile è che si riesca a raggiungere anche un risultato vicino al 5%, ovvero circa 2 milioni di voti, non male visto Renzi lo schiacciasassi, risultato che potrebbe notevolmente crescere se si trova una leadership forte e autorevole. E chissà, magari si riesce a convincere proprio Maurizio Landini per quel ruolo. Resta comunque poco probabile, non è facile credere che i vari Fassina-Civati-Cuperlo facciano una mossa del genere, passando da un partito sicuramente al 40% a forse un soggetto al 5%, ma sperare non fa mai male, specialmente per quell’elettorato di sinistra alla costante ricerca di una voce negli ambienti che contano.

Francesco Di Matteo