Qualsiasi aspirante storico, sociologo, politologo, ma, in generale, chiunque voglia capire qualcosa in più sul mondo che lo circonda deve confrontarsi con Karl Marx.

Al di là delle proprie opinioni politiche, Karl Marx è un monumento del pensiero occidentale, uno dei tre cosiddetti “maestri del sospetto” insieme a Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud, responsabili della demolizione, de facto, del pensiero precedente e apripista del pensiero novecentesco.

Di formazione hegeliana, Marx ha dato, nei suoi scritti, una precisa e nuova lettura della realtà, che tutte le scienze sociali, in tempi diversi, hanno assorbito. Ma Marx può ancora servire a interpretare il mondo? Negli spazi stretti di questo sito cercherò di dare una risposta a questo domanda.

Il materialismo storico

 Mi concentrerò sulla sua interpretazione della storia. Per Marx si parla di “concezione materialistica”: nella teoria elaborata da Marx insieme ad Engels, gli elementi principali che regolano il funzionamento della società in ogni epoca storica sono le forze produttive e i rapporti di produzione, dove i primi sono i fautori del processo di produzione, comprendenti sia i mezzi di produzione sia le tecniche di lavoro, e i secondi sono i modi con cui gli uomini si rapportano alla produzione, comprendenti i rapporti sociali, di proprietà, etc.

Forze produttive e rapporti di produzione, ossia le condizioni della produzione della vita materiale (da cui concezione materialistica), costituiscono, in sintesi, ciò che Marx definisce “struttura”. Gli elementi economici, in sostanza, costituiscono, per l’appunto, l’ossatura della società, ciò da cui dipendono gli altri elementi, ossia gli elementi giuridici, politici e culturali che, per Marx, discendono, seppur non meccanicamente, dalla sfera dell’economico, costituendo la “sovrastruttura”.[1]

Il passaggio da un’epoca storica all’altra è dovuto ad una crisi interna alla struttura: forze produttive e rapporti di produzione entrano in contraddizione fra di loro ed occorre un cambiamento che muti i rapporti di produzione che, inizialmente utili allo sviluppo economico, lo bloccano. Col cambiamento della struttura deriva un cambiamento della relativa sovrastruttura.[2]

Marx delinea cinque grandi epoche della storia umana, legate ai modi di produzione: asiatico, antico, feudale, borghese e comunista. Alle tre epoche passate e alla quarta a lui coeva si aggiungeva una quinta epoca che, nell’età di Marx, doveva ancora emergere: l’epoca comunista, legata ad un modo di produzione comunista.

La nuova storiografia

Procediamo quindi ad un’analisi di questa visione. Prima di tutto occorre confutare, ovviamente, l’ultimo assunto, almeno per ciò che è successo, fino ad ora, nel mondo: il capitalismo non ha ancora fatto spazio al comunismo. Gli stati che hanno vissuto una stagione di comunismo reale, invece, si sono avvicinate al sistema capitalistico.

Ma è l’assunto di fondo ad essere più problematico: la notevole importanza dell’economico nell’interpretazione della storia.

La storiografia ha avuto il suo Galileo Galilei in Marc Bloch, esponente della scuola delle Annales, che ha inaugurato una vera e propria rivoluzione. Fra gli elementi essenziali di tale scuola, che non possiamo illustrare in modo adeguato qui, vi è la volontà di dialogare con altre discipline quali, ad esempio, la sociologia di Durkheim, che influenzò direttamente Bloch, e l’antropologia di Lévi-Strauss, che influenzò, invece, Jacques Le Goff.

Si tratta di teorizzazioni che non vedono più, come nel pensiero marxista, una subordinazione della cosiddetta “sovrastruttura” alla “struttura”, che non vedono la causa di praticamente ogni avvenimento storico in ragioni economiche, ma che rivalutano il ruolo, ad esempio, della religione e, in generale, di altre sfere nella lettura della realtà. Gli storici delle Annales si occuparono molto di economia, questo è vero; ma anche, e dandogli molto peso, allo studio delle mentalità, partendo dall’assunto che esse non sono una semplice espressione di rapporti economici. L’antropologo René Girard ha addirittura affermato che la sfera dell’economico trae la sua origine da quella del religioso e non l’inverso.

Cosa rimane di Marx?

Cosa ci rimane di Marx, quindi? Il materialismo storico non risulta essere uno strumento efficace per una lettura esaustiva del passato, né, in realtà, vi si può rinvenire una spiegazione completa della società comunista che dovrebbe sostituire quella capitalista. Se Marx, seguendo questo ragionamento, risulta debole nella lettura di passato e per la previsione del futuro, sembra invece perfetto per spiegare alcuni meccanismi del presente.

Questo è ciò che ha risposto Eric Hobsbawm, probabilmente il principale storico contemporaneista del XX secolo, alla domanda “cosa ci rimane di Marx?”:

Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe“.

Nonostante alcune sue concezioni risultino antiquate, l’analisi marxiana della società capitalista risulta ancora utile a noi contemporanei che, a distanza di più di 150 anni, abbiamo purtroppo visto, sulla nostra pelle, come il capitalismo vada avanti a suon di crisi. A questo punto non c’è da sperare che anche quest’ultimo assunto di Marx si riveli, prima o poi, infondato.

Stay tuned!

Davide Esposito

[1]Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi serví da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato cosí: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”

[2]A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge piú o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura”.

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