Qualsiasi attività (soprattutto sportiva) per poter essere svolta nel migliore dei modi richiede un connubio tra elementi sia di natura fisica che psicologica. Il primo a credere fermamente in questa simbiosi mente/corpo fu il latino Giovenale, che in una delle sue Satire (precisamente la X, 356) del I-II secolo d.C. scrisse la seguente frase:

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano.” (di cui sotto la traduzione)

“Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano.”

Divenuta nel tempo un vero e proprio motto per tutti coloro che vogliono preservare una buona integrità psicofisica, all’epoca di Giovenale era considerata meramente come una locuzione retorica, che in realtà è espressione di risultati scientifici arrivati soltanto dopo centinaia di anni grazie al progresso incalzante della tecnologia.

Immaginiamo per un attimo che il nostro corpo, nella sua completezza, potesse essere paragonato ad uno strumento grazie al quale conseguire determinati obiettivi. Essendo quindi una sorta di attrezzo del mestiere, è buona cosa che tutte le sue componenti funzionino al meglio, onde evitare sgraditi inconvenienti proprio come un seghetto che non taglia o un calibro starato.

Alla base di ogni vittoria sportiva, nella fattispecie calcistica, c’è sempre un gran lavoro volto al miglioramento di quelle che sono potenzialità sia fisiche che psicologiche dei giocatori che scendono in campo. Innumerevoli sono le telecronache in cui abbiamo sentito che ad esempio una squadra ha perso a causa di un calo di concentrazione o magari perché non vantava una condizione fisica tale da poter contrastare il gioco dell’avversario. Effettivamente non sono solo considerazioni ad effetto, proprio come non lo furono le parole di Giovenale citate in precedenza. Ce ne danno conferma le ricerche di Darla M. Castelli, Charles H. HillmanSarah M. Buck e Heather E. Erwin della University of Illinois at Urbana-Champaign pubblicate sul Journal of Sport & Exercise Psychology, da cui è emerso che una buona forma fisica è associata positivamente ad indici neuroelettrici di attenzione/lavoro della memoria.

Agli studi della University of Illinois sono susseguiti nel 2005 quelli di Lisa Flook e Rena L. Repetti della University of California di Los Angeles, effettuai in collaborazione con Jodie B. Ullman della California State University di San Bernardino. Anche in questo caso si è constatato che dal punto di vista psicologico, individui fisicamente attivi riferiscono alti livelli di autostima e bassi livelli di ansia, entrambi associati al miglioramento del rendimento accademico. Estendendo queste ricerche in ambito calcistico, risulta ben facile immaginare che un calciatore con una buona condizione fisica riesce ad offrire prestazioni di gioco migliori rispetto a chi invece non cura il proprio allenamento, grazie anche al consequenziale aumento di autostima (inversamente proporzionale al grado d’ansia) che da questi ne deriva.

La condizione fisica dipende da fattori come: potenzialità corporee, sopportazione muscolare dei carichi di lavoro, valori antropometrici ecc, mentre invece la condizione psicologica è influenzata quasi unicamente dal carattere e dall’emotività del soggetto in esame. Benché possa risultare strano, anche il carattere può essere plasmato, al fine di renderlo più consono all’attività che si sta svolgendo. Non a caso, quando un bomber non riesce più a segnare viene affiancato da un mental coach che lavorando sul suo carattere, riesce a fargli ritrovare la motivazioni perse a causa del periodo calante di realizzazioni. E’ bene precisare però che ad una buona condizione fisica non consegue sempre un’altrettanta condizione psicologica, e viceversa. Bisogna quindi allenare sia il corpo che la mente in modo che l’uno tragga giovamento dall’altro.

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Fonti virgolettati: Satira X, 356 Giovenale

Fonti dati statistici: Journal of Sport & Exercise Psychology

Fonte immagine in evidenza: free-italia.net

Fabio Palliola