Trattativa Stato-mafia, una parola grossa gravida di oscure trame che fino ad ieri si è addensata come una nube sul Quirinale. Fino ad ieri, appunto, ossia fino a quando il Presidente Giorgio Napolitano ha chiarito, con un atteggiamento calmo ma risoluto, come nel suo stile, tutti i dubbi di chi, da quel di Palermo, era venuto per sottoporlo, in qualità di teste, ad una serie di domande relative alla trattativa tra lo Stato e la mafia che ci sarebbe stata agli inizi degli anni Novanta. All’udienza dal grande clamore mediatico hanno partecipato, oltre ai magistrati palermitani che portano avanti l’indagine anche gli avvocati dei boss Totò Riina e Leoluca Bagarella, di Marcello dell’Utri, del capomafia Antonio Cinà, del pentito Giovanni Brusca e di Vito Ciancimino. Insomma i protagonisti di una vicenda che ha tenuto per mesi il Paese con il fiato sospeso.

Le domande poste al Presidente sono state 40 e tutte hanno ricevuto una risposta chiara e netta da parte di un uomo che è apparso sicuro e scrupoloso nel chiarire tutti i dubbi e pacato nel rispondere alle domande che gli venivano poste. L’interrogatorio di Napolitano che, precisiamolo, è intervenuto all’udienza in qualità di testimone, è durato tre ore durante le quali, secondo quanto affermato dai legali presenti, dato che manca ancora la trascrizione della deposizione, il Presidente ha affermato di essere stato solo uno spettatore di quel terribile periodo e di non essere minimamente a conoscenza di accordi tra la mafia e lo Stato affinché venissero revocate le drastiche misure del 41 bis in cambio di uno stop alla “politica” stragista di Cosa Nostra. Altro punto importante è la risposta di Napolitano sulla lettere del suo consigliere D’Ambrosio che si definiva, un mese prima di morire di infarto, “utile scriba di indicibili accordi”. Non avrebbero mai parlato del testo della lettera né viene spiegato, nel testo della missiva, di quali accordi si trattava e con chi. Insomma un tormento interiore del consigliere che Napolitano non ha mai avuto occasione di sviscerare né tanto meno di chiarire in quali circostanze quanto prospettato da D’Ambrosio si concretizzò. Il consigliere non ne parlò mai con il Presidente. Anzi, c’è un attimo di commozione al ricordo di un uomo che per anni è stato al servizio del Quirinale.

Le bombe di Capaci furono l’estremo tentativo di Cosa Nostra di destabilizzare lo Stato, un allarme che non venne sottovalutato e che servì come stimolo per la nomina di Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica con l’accordo di tutti i partiti. Per le minacce di attentato alla sua persona, Napolitano ha dichiarato di non aver temuto per la sua vita in quanto il rischio rientrava tra le prerogative della carica istituzionale che allora ricopriva (Presidente della Camera, ndr). Anche le domande dell’avvocato di Riina sono state soddisfatte, anzi sembra che Napolitano abbia pronunciato una frase che più di tutte sottolinea la sua assoluta tranquillità nel fornire una risposta a quanto chiesto dai magistrati: “Vorrei accontentare l’avvocato…”. Insomma un Presidente che, secondo la nota diffusa dallo stesso Quirinale, “ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa”. La stessa nota prosegue nel sollecitare una rapida trascrizione dell’interrogatorio “affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all’opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità”.

I magistrati si dichiarano soddisfatti affermando che “la testimonianza di Napolitano è stata utile”. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi si spinge oltre asserendo che il Presidente della Repubblica ha dato una “lezione di democrazia”. Quindi presunte erano e presunte sono rimaste le trattative, anzi talmente presunte che il termine “trattativa” non è mai stato utilizzato durante l’udienza.

Francesco Romeo