Il nostro percorso sensoriale attraverso la narrativa contemporanea si conclude oggi con un romanzo estremamente originale: si tratta di Canone inverso, di Paolo Maurensig, pubblicato nel 1996 e, come è possibile intuire già dal titolo, imperniato interamente attorno alla musica e, quindi, all’udito.

La trama è di per sé semplice, sospettosamente lineare tranne in alcuni calcolati punti che lasciano il lettore perplesso. Quello che rende questo libro sensazionale è, piuttosto, l’impianto del racconto, strutturato in tre monologhi in prima persona di tre personaggi diversi, con un una serie di flashback incastrati l’uno nell’altro.

Nella Londra degli anni ’90, ad un’asta di strumenti musicali, un anziano signore si aggiudica un particolare violino, fabbricato da Jacob Steiner nel Seicento. Il pregiatissimo strumento reca, sul cavigliere, una eccezionale peculiarità: al posto della consueta chiocciola ha una “testina antropomorfa”. La contemplazione del suo prezioso acquisto viene però interrotta da un uomo, che si introduce nella sua camera d’albergo e, trafelato e sconvolto, si offre di comprare il violino a una cifra esorbitante. Al rifiuto dell’anziano signore, e dopo qualche esitazione, l’uomo si abbandona su una poltrona e comincia a raccontare.

Si tratta di uno scrittore, che sostiene di aver conosciuto in un passato confuso e oscuro il proprietario del violino. Inizia il primo flashback della narrazione, che riporta proprio al momento dell’incontro tra il misterioso musicista e il giovane scrittore. Quest’ultimo, a sua volta musicista dilettante e appassionato di opera lirica, una sera di circa dieci anni prima si trova in un ristorante di Vienna. Ad un certo punto, nel locale entra un violinista esuberante, giullaresco, presuntuoso, che suona tra i tavoli in cambio di offerte.

Un musicista di strada come tanti se ne possono incontrare nella capitale della musica. Sennonché, il talento di questo particolare violinista è eccezionale; egli riesce, con una naturalezza beffarda, ad eseguire brani complicatissimi, tra i quali la Ciaccona di Bach.

Qualche tempo dopo, per destino e non per caso, i due si rincontrano. Lo scrittore chiede, esitante, come mai un violinista dal talento così prorompente sia finito a suonare nei bar di Vienna. Inizia qui un secondo flashback, con un ulteriore cambio della narrazione, in cui il musicista, presentatosi come Jenö Varga, racconta la storia musicale della sua vita, le difficoltà dell’amore e del talento, l’incontro con una donna troppo amata, il marchio di un’esistenza senza origini note, il sangue e il sudore sullo studio del suo strumento, il sacrificio prostrante e la passione viscerale. Nella vita del musicista assume particolare rilievo poi l’amicizia con un giovane barone, studente come lui al Collegium Musicum e come lui violinista, tale Kuno Blau.

I due stringono un rapporto di silenziosa complicità e intensa amicizia, apparendo l’uno il canone inverso dell’altro, stringendo un rapporto quasi fraterno tra le mura piene di competizione e frustrazione del collegio. Terminati gli studi, Jenö si trasferisce al castello dell’amico, e qui incontrerà una triste sfilza di personaggi surreali: l’anziana baronessa, nonna di Kuno, affetta da demenza senile; il padre di Kuno, severo e taciturno, e la sua bella e dolce moglie; alcuni personaggi secondari, infine, che ruotano intorno alla famiglia riportando, in maniera indiretta, alla memoria degli abitanti del castello la figura leggendaria di un membro della casata Blau,  alchimista e zio di Kuno, Gustav.

Tra queste mura si scatenerà con sorprendente forza l’ondata di un maremoto che riporterà a galla segreti relegati al fondo marino e lì sedimentati, che allontaneranno per sempre Kuno e Jenö. Tra il tacito dolore delle parole non dette si ricomporrà un puzzle malinconico e struggente, scatterà un meccanismo arrugginito dal tempo che porterà col suo inesorabile ticchettio ad un finale inatteso, sorprendente, nutrito a sua volta di ulteriori ingranaggi nascosti da sempre e bloccati per sempre.

Il lettore si abbandonerà senza accorgersene all’ascolto di una musica fatta, prima di tutto, di storie taciute, e poi di note lievi, nostalgiche, sconvolte da un burrascoso finale.

Beatrice Morra