Sono passati ventisette anni da quando il leader della rivoluzione, Thomas Sankara, capo e presidente del Burkina Faso, veniva assassinato. Non si è mai scoperto chi fosse il mandante di questo assassinio, né chi lo abbia materialmente eseguito, sebbene i sospetti caddero immediatamente su Blaise Compaoré, suo vice, autoproclamatosi presidente il giorno seguente il misterioso omicidio. Ventisette anni dopo, Blaise Compaoré è ancora l’uomo più potente del Burkina Faso. Il presidente governa ferocemente da quel momento senza troppi sdegni da parte della comunità internazionale, con metodi a dir poco barbari.

Per conservare il suo potere il Presidente ha persino cercato di distruggere la tomba del suo ex migliore amico, Sankara, tentando di ostracizzarne la memoria e vietando festeggiamenti e lutti in suo nome, proclamando il giorno della sua morte festa nazionale del restauro della democrazia. Inizialmente Blaise Compaoré si era candidato per due mandati presidenziali, entrambi di sette anni ciascuno. Dopo quattordici anni di Governo, tuttavia, egli decise bene di modificare la costituzione nel 2005, per potersi candidare altri due mandati. Ora, prossimi alla scadenza, il presidente ha deciso bene di presentare in parlamento un’ulteriore modifica costituzionale che gli permetterebbe l’eleggibilità quattro volte, ossia per altri due mandati quinquennali.

Immediata è stata la reazione di uno dei paesi più poveri dell’Africa, dove due milioni di persone, secondo fonti interne al paese, sono scese per le strade per protestare contro il Presidente. Le proteste sono a macchia d’olio e si ripercuotono per tutto il Burkina Faso, con azioni che vanno dal tentativo di bloccare l’unica autostrada del paese, all’abbattimento, vicino al Centro della Capitale Ouagadougou, dell’immensa statua raffigurante il Presidente Blaise Compaoré in tutto il suo splendore. Nelle ultime i manifestanti si sono avvicinati sempre di più al Parlamento, con i solditi e la polizia che cercano disperatamente di rompere quello che è diventato un vero e proprio assedio. Assalto al Parlamento, dunque, che potrebbe facilmente portare ad una nuova e terribile guerra civile nel paese, a ventisette anni dall’ultima rivoluzione.

Nicola Donelli