Il 28 ottobre è stata una giornata storica per la Repubblica Italiana: per la prima volta un Presidente della Repubblica ha testimoniato davanti ad un tribunale penale. Al termine della audizione davanti alla Corte d’Assise di Palermo, Giorgio Napolitano chiedeva che la trascrizione potesse avvenire quanto più velocemente possibile, così da renderla pubblica e di libera consultazione. I termini sono stati piuttosto brevi: il sito del Colle ha oggi reso disponibili i verbali, il cui contenuto era già stato reso parzialmente noto dalle dichiarazioni dei presenti intervistati all’uscita dal Quirinale. 86 pagine, tre ore di udienza: la massima autorità pubblica ha risposto sia alle domande del pubblico ministero sia a quelle di Luca Cianferoni, difensore di Totò Riina, unico legale a cui la Corte abbia riconosciuto il diritto ad interrogare il testimone.

Giorgio Napolitano ha parlato del suo rapporto con Loris D’Ambrosio, affermando che esso sia stato “di affetto e stima” ma non “un rapporto di carattere personale in senso più specifico e ampio”, negando di aver mai avuto occasione di parlare con lui delle esperienze passate di entrambi, il ché spiegherebbe la sua incapacità a definire quali siano gli “indicibili accordi” ai quali D’Ambrosio fa riferimento nella sua lettera; si limita a riconoscere che questi appariva preoccupato a seguito della pubblicazione delle intercettazioni tra lui e Nicola Mancino, ex-ministro degli interni al tempo delle stragi ed imputato nel processo in quanto sospettato di aver minacciato il dott. Paolo Borsellino in un incontro tenutosi al Ministero e di aver dunque preso attivamente parte alla trattativa.

Sono state operate domande al Presidente della Repubblica anche sul periodo dello stragismo mafioso, quand’egli era presidente della Camera. Le domande in merito sono state proposte dal PM Nino Di Matteo. “Ricatto o pressione allo scopo di destabilizzare l’intero sistema”: così Napolitano definisce la tattica mafiosa di creare un regime di terrore. Lo stragismo era, ancora secondo la testimonianza, un mezzo per dimostrare la forza dell’ala oltranzista di Cosa Nostra, capace di minacciare lo Stato con l’obiettivo di cancellare dal nostro sistema l’art. 41 bis, che prevede il regime del carcere duro per i soggetti indagati o condannati per delitti legati alla mafia, dall’ordinamento penitenziario. Nino Di Matteo ha anche interpellato il Presidente sulla possibilità di un colpo di stato temuto da Ciampi quando sedeva a Palazzo Chigi: “C’erano elementi per formulare l’ipotesi di un colpo di stato” – un black-out alla Presidenza del Consiglio dei Ministri fece temere tale eventualità, essendo l’isolamento dei palazzi principali di gestione del potere un elemento tipico e funzionale delle attività eversive.

È un contributo significativo all’inchiesta, quello che è stato dato con queste testimonianze? L’Espresso pubblica un articolo secondo il quale quanto affermato dal Capo dello Stato non sarebbe altro che una riproposizione delle dichiarazioni rese nel 1993. Ben più in là si spinge Alessandro Di Battista, che pubblica un breve post su Facebook in cui indica 12 elementi che farebbero sospettare della lealtà del capo dello Stato al sistema democratico. Accuse esagerate, certo è che la verità su questo periodo storico è ancora lontana, e che sono rimasti delusi coloro che si aspettavano PM agguerriti alla ricerca di presunti elementi di colpevolezza di Napolitano. Tanto rumore per nulla.

 Vincenzo Laudani