“Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.” Questo è quanto si legge nella bozza della Dichiarazione dei Diritti Internet, elaborata da una Commissione dei diritti e dei doveri di Internet costituita presso la Camera dei Deputati e resa pubblica il 13 ottobre scorso. Alla bozza daranno poi il loro contributo tutti i cittadini che ne faranno richiesta tramite la consultazione pubblica che si è aperta il 27 ottobre e che terminerà il 27 febbraio 2015. Il documento al vaglio è stato dai molti utenti italiani del web ritenuto un atto dovuto dopo il tentativo del governo Renzi di introdurre la Web Tax, proposta nel 2013 e poi cancellata dall’agenda di governo. Lo scopo principale dell’imposta, a detta di Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, sarebbe stato quello di tassare, più che l’uso di Internet, i guadagni che le multinazionali raccolgono in Italia tramite questo stupendo strumento. Difatti, all’interno della stessa ipotesi normativa, s’imponeva l’apertura di una partita IVA in Italia da parte di quelle aziende, come Google ed Amazon, che raccolgono ampi profitti grazie al web marketing. Proprio quest’ultimo punto ha scatenato l’ira di Forbes. La rivista newyorkese ha infatti tuonato contro l’illegalità di un simile provvedimento che limita il libero mercato.
Oltre alle polemiche oltreoceano, motivate da interessi economici dei colossi americani, in Italia anche gli utenti privati del Web si sono fatti sentire, essendo internet uno strumento imprescindibile per la maggior parte delle attività quotidiane. Iscriversi all’Università, prenotare una visita medica presso le strutture pubbliche o private, pagare tasse e bollette, sono tutte operazioni per le quali Internet è divenuto il principale canale d’esecuzione. Limitare pertanto l’accesso ad Internet, o più correttamente renderlo soggetto a tassazione, risulta non solo una limitazione della libertà d’espressione, ma anche un duro colpo alla nostra capacità di accedere a determinati servizi.
Tuttavia sembra che ogni Stato debba sperimentare sulla propria pelle la criticità dell’argomento e così, proprio mentre il governo Renzi cercava di far ammenda aprendo la consultazione pubblica sulla bozza citata poc’anzi, il governo ungherese guidato da Viktor Orban ha tentato la sua strada verso la tassazione d’Internet. Unico successo di questo velleitario tentativo è stato quello di far scendere nelle piazze di Budapest, a cavallo tra il 26 ed il 27 ottobre scorsi, diecimila giovani di tutti gli schieramenti politici, dal partito Fidesz, il cui presidente è proprio il premier, al partito oltranzista di destra Jobbik. A seguito delle proteste inscenate dinanzi al ministero per l’Economia, durante la quale i manifestanti hanno illuminato la piazza con gli schermi dei loro smartphone, il primo ministro non ha potuto fare a meno di congelare la proposta di legge. Se ne riparlerà a gennaio, promette Orban, in una consultazione nazionale. Insomma il pericolo in Ungheria è tutt’altro che lontano, soprattutto a causa delle limitatissime libertà concesse alla stampa ed alle principali istituzioni nazionali, ridotte all’obbedienza dal peso del partito di maggioranza che ha i due terzi dei seggi in Parlamento.
Insomma Internet, nel bene o nel male, siamo sicuri che sarà sempre più spesso oggetto di legiferazione. Credere a tale predizione non è difficile, soprattutto dopo che l’Islanda ha reso nel 2012 l’accesso al Web un diritto costituzionale, ma è naturale chiedersi cosa abbia intensificato l’attenzione dei governi in tale direzione.
Col tempo Internet è divenuto un bene di sempre più largo consumo ed attorno al quale si sono condensati interessi economici notevoli. Siti come Alibaba ed Ebay hanno accorciato le distanze tra i consumatori ed i venditori sparsi per tutto il mondo, i social network stanno avvicinando le persone coprendo distanze kilometriche, l’intrattenimento ha raggiunto una nuova dimensione con siti come Youtube o altri che offrono serie tv e film in streaming, la conoscenza ha raggiunto una nuova fase di democraticizzazione con Wikipedia e simili. Tuttavia nel frattempo è diventata sempre più pressante l’esigenza di regolamentare questo fiumiciattolo d’oro che troppo spesso nasconde truffe e che ancor più spesso rende i suoi utenti vittime delle troppe libertà che essi stessi rivendicano. Emblematica a tal proposito è la regolamentazione che la bozza, oggetto d’esame in questi mesi in Italia, cerca di dare al diritto all’oblio ed alle violazioni di domicilio informatico.
Essendo innegabile l’influenza che internet esercita sulle nostre vite, gli utenti hanno cominciato a richiedere una sempre maggior tutela dei propri diritti internet da parte dei governi. Ciò che un tempo era soltanto uno strumento è divenuto oggi un luogo reale in cui si scontrano diritti e doveri.

Francesco Orefice