Lo spettro della scissione aleggia sul Partito Democratico da qualche settimana, con l’acuirsi del contrasto tra i sostenitori del premier Renzi e i fedeli ad una linea politica “più di sinistra” rispetto all’impronta labour del governo in carica.

Esiste un argomento capace di catalizzare questo dualismo meglio della riforma del lavoro? Chiaramente no, ed è proprio su  Jobs Act e modifica dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che si focalizza il dissenso di una frangia minoritaria – ma che ha dalla sua operai e sindacati – del PD: una frangia che vuole far sentire il proprio peso (non particolarmente significativo, per ora) in Parlamento ed in sede di governo, dove però Renzi non è líder máximo ma coordinatore di una maggioranza di cui fa parte anche il Nuovo CentroDestra di Angelino Alfano, non esattamente uno al quale poter chiedere di fare riforme “di sinistra”.

Che cosa fare, allora? La scelta è tutta nelle mani dei dissidenti: la scissione dal PD sarebbe la mossa più “onorevole” da fare, ma probabilmente anche la più inutile. Restare nel PD sarebbe un’umiliazione alla propria fede politica oltre ad un’ammissione della scarsa importanza all’interno del partito. Il nodo si può sciogliere solo cercando un punto d’incontro tra le proprie idee e quelle di Renzi, considerando però che il premier ha una ferrea volontà di andare per la sua strada e non dimenticando il già citato veto di Alfano su un’eventuale “svolta a sinistra” dell’azione di governo.

Sull’Art. 18 si è detto tanto, forse troppo: la discussione sul mondo del lavoro si è idealizzata intorno al simbolo di uno stato sociale che, purtroppo, ad oggi non esiste né ha una ragione economicamente valida per esistere. Il problema è che, per quanto sia giusto e sacrosanto difendere i diritti e la dignità dei lavoratori, il mondo è cambiato e non è possibile difendere le stesse posizioni con le armi ormai vecchie che la lotta sindacale mette in campo. Si può difendere strenuamente il posto fisso, il salario minimo, la regolamentazione dei licenziamenti e tutti i diritti conquistati nel corso degli anni, ma non si può ignorare che il mondo – del lavoro e non solo – sia cambiato, un mondo dal quale il sistema-Italia non può distaccarsi perché il Belpaese è un tassello piccolo e importante di un sistema di relazioni interdipendenti con gli altri paesi e con i loro mercati del lavoro. In un mondo del genere arroccarsi su posizioni ormai antiche e superate non è un motivo di vanto, ma un contributo alla disfatta. La mobilità dei capitali fa sì che gli investimenti arrivino in un batter d’occhio lì dove sono più convenienti, ovvero dove assicurano margini di profitto più elevati: per il mercato del lavoro questo significa che gli investimenti arrivano solo dove le tutele sono ridotte al minimo ed è più facile assumere lavoratori just-in-case, schiavi precari tenuti in balia delle fluttuazioni del mercato.

È una posizione chiaramente indifendibile, ma al momento è l’unica scelta possibile. L’alternativa sarebbe mettere in tavola una discussione tra i vari partner (europei e non) sulla creazione di meccanismi condivisi di tutela dei lavoratori, che evitino il ripetersi del perverso sistema nel quale il Paese più ricco e più “avanti” nello sviluppo sia anche quello che sfrutta i suoi cittadini nel modo più frustrante possibile: costringendoli ad una vita di precariato. È una possibilità difficile e che richiede moltissimo tempo per prendere corpo, tempo che l’Italia non ha.

In questo momento, quindi, a chi farebbe bene una scissione del PD in nome dell’Art. 18? Non al Partito, né al governo, né ai dissidenti. Nemmeno ai lavoratori e,quindi, nemmeno al Paese.

Simone Esposito