Bruno Mazza di Un’Infanzia da Vivere, insieme al Presidente dell’Ass. Chiara Campestre, lo scorso 29 ottobre ha partecipato, su invito della Dott.ssa Rosa Vieni, al progetto “Le storie degli altri: incontri/confronti di percorsi alternativi di vita”, organizzato dal penitenziario minorile Airola di Benevento. Personaggi dello spettacolo, della cultura e del sociale raccontano ai giovani detenuti come hanno concluso positivamente e con un impegno nel sociale un percorso di vita difficile.

Bruno, com’è stata l’accoglienza dei ragazzi? Li hai trovati disillusi o con la voglia di ascoltarti?

L’accoglienza è stata calorosa. Molti conoscevano l’Ass. e mi avevano visto in televisione. All’incirca 18 anni fa ho vissuto la loro stessa esperienza tra Nisida e Santa Maria Capua Vetere, e purtroppo non ho trovato molti cambiamenti. Non sono stato ipocrita e non me la sono sentita di dire loro che fuori è facile. «Fuori è una jungla», ecco cosa ho detto. Ho spiegato che purtroppo i corsi di riabilitazione che si svolgono all’interno del penitenziario spesso servono a poco. Più che i corsi di ceramica   e recitazione, servirebbero quelli di falegname, carpentiere, panettiere o pizzaiolo e che i 350 euro che il carcere riceve per ognuno di loro potrebbe essere investito in maniera diversa, magari per il loro inserimento lavorativo una volta conclusa la detenzione.

Quando ti sei confrontato con loro, come giustificavano la loro detenzione?

La risposta è semplice: mancanza di lavoro. Certo, tante persone non lavorano eppure non delinquono ma questo perché il luogo in cui vivono non dà loro questa possibilità, per fortuna. C’è la scuola che si prende cura dei ragazzi e la vivibilità del luogo permette di condurre una vita dignitosa. Ma quando intorno hai spaccio di droga, rapine, sangue, e la scuola ti sospende per 15 giorni, dove vai? Di certo non a casa, perché probabilmente non ci sarà nessuno. Forse tuo padre è morto o entrambi i genitori, magari sei affidato a qualcuno, e allora vaghi per il rione. Non c’è verde e quel poco che c’è è abbandonato e occupato da drogati e spacciatori; non ci sono scivoli, altalene, solo motorini che sfrecciano e ragazzi più grandi che provano a circuire i più piccoli. Ti promettono guadagno facile e caderci è presto fatto.

Hai parlato di scuola. Quanto fa per cambiare le cose?

Le scuole sono delle isole. Fanno progetti sani ma sono pur sempre confinati in quella realtà, almeno qui a Caivano. C’è stato un progetto bellissimo in cui i bambini dovevano creare un orto botanico, sempre all’interno della scuola però. Se si permettesse ai bambini di poter fare lo stesso aldi fuori, prendersi cura del verde nel loro quartiere, allora si insegnerebbe qualcosa di veramente utile. Ci sono 4 scuole nel parco verde di Caivano ma nessuna è realmente attiva sul territorio. C’è chi ha organizzato qualche corso di elettricista o pizzaiolo, poi interrotti per mancanza di fondi.

Hai trovato qualche cambiamento in positivo all’interno della struttura penitenziaria rispetto alla tua esperienza?

Apparentemente no, ma la Vice Direttrice Cirigliano Mariangela mi ha spiegato che c’è un nuovo ordinamento, che prevede la riabilitazione dei ragazzi al di fuori del carcere. La loro esperienza formativa e lavorativa continuerà anche fuori con la collaborazione di alcune aziende. Il fatto è che questo dovrebbe essere l’obiettivo ultimo ma la questione è a monte. Se questi giovani provengono tutti da zone a rischio, chi da Secondigliano, chi da Ponticelli, chi da San Giovanni o Caivano allora per eliminare la delinquenza si deve necessariamente partire dalla riqualificazione di queste zone. Ho spiegato ai ragazzi che la nostra Associazione prova a fare proprio questo, creare un’alternativa.

C’è stato qualcuno interessato al tuo progetto?

Sì, assolutamente. C’era proprio un giovane di Caivano che è venuto a trovarci grazie ad un permesso. Mi ha chiesto se, una volta uscito, fosse stato possibile collaborare con noi. Ho spiegato a lui e agli altri che Un’infanzia da vivere ha diversi progetti ma non tutti sono attivi. Esistiamo soprattutto grazie ad atti di beneficenza. Ci manca poco per partire con “Mani in arte” che prevede l’attivazione di un laboratorio di panificazione. Ad oggi abbiamo un forno di ben quattro piani donatoci da Padre Maurizio Patriciello, Confimpresa Campania ha messo a disposizione il progetto e la messa insicurezza mentre Antonio Contarino dell’Amministrazione Comunale di Caivano, le botteghe comunali. Mancano ancora dei banchi da lavoro, qualche attrezzo ed un’impastatrice. Attendiamo che azienda possa fare quest’atto di generosità.

I ragazzi, durante il suo intervento, hanno dimostrato di apprezzare la storia di Bruno, la sua forza e l’impegno nel mettersi al servizio del sociale e dei ragazzi a rischio, ma soprattutto sono parsi entusiasti dei progetti di Un’infanzia da vivere che ai soldi preferisce le altalene, le impastatrici, strumenti concreti per cambiare le cose. Ma la situazione delle carceri, soprattutto quelle minorili, è diversa e delicata. In altri Paesi Europei, attenti al sociale, decisamente civilizzati, l’immigrato e il detenuto non minacciano il lavoro di nessuno se, usciti dalle carceri, vengono inseriti nel mondo del lavoro. Anzi, sono braccia tolte alla delinquenza. Qui in Italia, dove ancora si grida al Terrone e si teme che l’immigrato possa togliere lavoro ad un bracciante, sembra una vera utopia l’idea di accettare che un criminale, scontata la pena, abbia assicurato un posto di lavoro. All’italiano verrebbe da pensare: “A questo punto delinquo anch’io”. Eppure a rifletterci, sarebbe la conclusione perfetta per una perfetta riabilitazione. La maggior parte di queste persone provengono da zone a rischio. Basterebbe che lo Stato riqualificasse seriamente quelle zone, per risolvere a monte la questione. Se le zone di Caivano, Scampia non fossero ghetti, un coacervo di illegalità, creata ad hoc per tenere fuori dalla “buona società” le mele marce, probabilmente più del 50% della criminalità, quella fatta di sangue e droga ― non quella dei colletti bianchi ―, verrebbe eliminata.

 Contatti di Un’infanzia da vivereChiara Campestre e Bruno Mazzaairola3un-infanzia-da-vivere.jpeg

email: uninfanziadavivere@gmail.com

Sito Web: www.uninfanziadavivere.it

Facebook: Un’Infanzia da Vivere

Agnese Cavallo

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Agnese Cavallo, nasce a Napoli il 14 novembre 1985. Da sempre appassionata di classicità, da quando il padre le raccontava i miti greci e l’Odissea in lingua napoletana, decide che la letteratura e le materie umanistiche saranno il suo futuro. Si iscrive, così, al Liceo classico Quinto Orazio Flacco di Portici (Na) e continua l’esperienza umanistica alla Facoltà di Lettere Moderne della Federico II di Napoli. Consegue la Laurea triennale e magistrale, presentando una tesi sull’opera di Francesco Mastriani , importante giornalista e scrittore di feullitton napoletano di fine ‘800. Il giornalismo, infatti, è da sempre una passione e quasi una missione. Convinta che i giornalisti siano spesso persone lontane dalla realtà, pronti, più che alla denuncia alla gogna mediatica, nei suoi articoli preferisce una sana soggettività volta all’etica e al sociale, anziché un’oggettività moralistica e perbenista. Nel febbraio 2012 inizia la sua esperienza con il giornale “Libero Pensiero News” occupandosi di sociale, cronaca, cultura e politica. Il suo argomento preferito? Napoli, tra contraddizionie e bellezza.