La decisione dell’Arabia Saudita di ridurre il prezzo del petrolio esportato negli USA ha creato un vero e proprio scossone nella borsa di New York con le relative ripercussioni sul mercato mobiliare europeo.
Le quotazioni del greggio WTI con consegna a dicembre non sono mai state così basse: 79,94 dollari a barile. Solo nel 2011, quando la crisi viveva il suo periodo più duro, vi era stato un ribasso di tale portata.

A sua volta il Brent del Mar del Nord (che fa da riferimento in Europa) ha infranto al ribasso quota 83 dollari arrivando a toccare un minimo di 82,08 dollari, sui livelli più bassi dall’ottobre del 2010 (al momento si scambia a 82,84 dollari).

Una scelta ,da parte della potenza petrolifera Saudi Aramco, che evidenzia una strategia guida molto chiara; difendere la propria quota di mercato piuttosto che le entrate sopportando una forte discesa delle quotazioni del greggio pur di costringere i concorrenti a farsi da parte, frenando le produzioni più costose come per l’appunto lo shale oil negli Usa o le sabbie bituminose nel Canada.

Si tratta di una vera e proprio a guerra ai cosiddetti ”petroli non convenzionali” che giorno dopo giorno assumono sempre maggior rilievo nell’economia petrolifera.
Questi sono ottenuti mediante che una particolare tecnica della fratturazione idraulica ad alta pressione con solventi chimici e trivellazioni orizzontali (”fracking”).

Oil shale, shale oil, tight oil e tar sands sono solo alcuni esempi di petroli ”shale”. Il primo non è altro che il cherogene trasformato in petrolio, non si estrae dal sottosuolo ma si produce in raffineria ed è proprio per questo che spaventa tanto le grandi compagnie petrolifere saudite le quali hanno avviato una vera e propria ”guerra” al ribasso.

Anche in Italia si sono sentiti gli effetti di questa scelta di abbassamento del prezzo ; la Borsa italiana ha aperto con il segno meno  (Ftse Mib -0,35%)anche  a causa del calo delle azioni legate all’energia (fra cui Eni -2,09%).

Fabio Palmiero