Nella vittoria per 96-93 dei Knicks sugli Hornets, Carmelo Anthony con una tripla nel primo quarto svetta oltre i 20.000 punti in carriera. Tra gli applausi del suo pubblico, ‘Melo concluderà la partita con 28 punti (12/22 dal campo), 2 rimbalzi e 2 assist. Con i suoi 30 anni e 157 giorni, è il sesto giocatore più giovane di sempre a raggiungere tale quota e quarantesimo giocatore in assoluto.
Chiamato da Denver come terza scelta assoluta dello straordinario draft del 2003 (ritenuto il migliore dopo quello dell’84 di Jordan, The Dream, Barkley e Stockton), Anthony impressiona sin da subito per la sua capacità di vedere il canestro, per la tecnica individuale e la completezza offensiva e (se motivato) difensiva. Bastano i numeri del resto a spiegare perché è considerato uno dei migliori attaccanti della storia di questo gioco e perché nel 2010 New York ha fatto di tutto per riportarlo a casa.

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Il momento del tiro che porta Carmelo Anthony (sf, 30 anni) oltre i 20.000 punti

E L’ANELLO? – Nessuno mette in dubbio le capacità del ragazzo cresciuto a Syracuse, però, bisogna dire che ci si aspettava quantomeno un titolo in bacheca raggiunti i 30 anni e, invece, neanche una serie di finali raggiunta. Mentre i suoi compagni di draft LeBron, Wade e Bosh hanno vinto (tra l’altro insieme) e lasciato la loro impronta in questa lega, per Anthony l’unico trofeo resta quello delle Finali NCAA vinto nel suo ultimo anno al college. In 10 anni di NBA, solo 2 volte la sua squadra è riuscita a superare il primo turno: nel 2009, quando era ancora di casa in Colorado, arrivarono addirittura le finali di conference, dove però i Nuggets e Carmelo dovettero arrendersi allo strapotere di Kobe Bryant; nel 2013, invece, dopo una splendida regular season e un primo turno perfetto contro i Celtics, sono i Pacers di Paul George a stoppare i sogni di New York.

125 MILIONI DI MOTIVI PER RESTARE – Un’estate passata tra interviste, proposte e dubbi sul futuro, in cui Carmelo ha giurato amore a New York dopo aver rifiutato offerte provenienti da Los Angeles sponda gialloviola, Bryant più volte ha telefonato per proporgli di combattere al suo fianco, e soprattutto da Chicago, dove al fianco di Derrick Rose sarebbe stato senza dubbio in lizza per vincere il titolo già da quest’anno. Un amore che sarà ricambiato con 125 milioni di dollari per i prossimi 5 anni. Una firma che ha generato sgomento e che ha fatto crescere il dubbio che forse al numero 7 interessi guadagnare molto più che vincere. Dal punto di vista europeo, la scelta potrebbe sembrare inconcepibile, ma se per un attimo ci trasferiamo idealmente negli States e adottiamo la loro cultura sportiva allora potremmo chiarire qualche dubbio. Dalle loro parti non è usuale che i migliori giocatori della Lega giochino insieme, da qui le famose parole di Jordan sul trasferimento di LeBron a Miami, di conseguenza Carmelo Anthony, che rappresenta senza alcun dubbio uno dei migliori atleti del panorama cestistico e che ha la possibilità di essere il leader franchigia in una città come New York, non va a giocare con Derrick Rose ma lo sfida.

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Phil Jackson (69 anni), 11 volte titoli NBA da allenatore

MAESTRO ZEN E TRIANGOLO – Naturalmente, anche l’arrivo di Phil Jackson ha influenzato la scelta di Anthony, il quale spera che possa accadere ciò che in passato è accaduto per Jordan e Bryant con Coach Zen in panchina, vincere. Adesso tocca a lui diventare un giocatore da sideline triangle. E così come il 23 e il 24, ‘Melo sembra essere perfetto in questo sistema offensivo, perché permette lui di non tenere troppo il possesso della palla, ma di avere comunque l’opportunità di scegliere la soluzione che ritiene più consona, scarico o tiro che sia, senza che venga limitato dal sistema stesso. E’ un processo molto complicato, soprattutto in un roster come quello dei Knicks dove la palla tendono a tenerla più del dovuto, però qualcosa di jacksoniano in queste prime uscite si sta già intravedendo. L’arrivo di Calderon è chiaramente dettato dalle nuove disposizioni tattiche, così come quello di Dalembert. E chissà che in un gioco collaudato, Andrea Bargnani non possa trovare finalmente un po’ di continuità.
I presupposti perché a New York si costruisca qualcosa di finalmente interessante ci sono, adesso a CA7 scrivere la storia e cancellare per sempre le opinioni negative dei suoi detrattori.

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Michele Di Mauro