Una stretta fascia di terra si estende dal massiccio della Sierra Madre Oriental al Golfo del Messico, una terra fertile in cui le vaste coltivazioni di vegetali e la pregiata qualità delle carni dei rancheros facevano prosperare il mercato delle esportazioni. Tamaulipas, Tierra de Encanto: così era conosciuto, un tempo, questo stato federale messicano, caduto tragicamente nelle mani dei cartelli della droga e divenuto oggi sinonimo di violenze e brutalità.

Il Tamaulipas costituisce una delle rotte chiave nello smercio delle centinaia di tonnellate di droga che, quotidianamente, attraversano il confine con gli Stati Uniti. Assieme al vicino stato di Nuevo León, forma quel lembo di terra conosciuto come frontera chica, che è fino ad ora rimasto lontano dai riflettori delle cronache internazionali; e ci vuole poco a capire il perché.

Dal 2000 ad oggi sono morti circa ottanta giornalisti in questa zona del paese, omicidi sottaciuti, commessi in sordina, che hanno lanciato un messaggio ben chiaro al mondo dell’informazione nazionale e non solo: lasciate perdere Tamaulipas. Oggi questa è a tutti gli effetti una zona di guerra, uno dei contesti sociali più censurati al mondo, in cui, fatta salva la pace di pochi eroici giornalisti, le principali fonti di informazione sono i Cartelli stessi, che frenquentemente caricano sul web gli sconcertanti video delle esecuzioni.

Se oggi la Comisión Nacional de los Derechos Humanos e Reporter Senza Frontiere considerano il Messico il paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, è in buona parte a causa di ciò che avviene nei confini del Tamaulipas e un po’ più a sud, nello stato di Veracruz, quello che fu uno dei più grandi porti della Nueva España.

Non solo la stampa, però, tra le vittime dei sicari, che in questo caso fanno più gli interessi degli organi deviati dello stato, che da questi periodistas si sono visti denunciare scandali e marciume; in tutto il Messico i civili muoiono in mezzo ai fuochi dei Cartelli che si combattono l’un l’altro, utilizzando grandi città o piccoli pueblos come teatro delle loro squallide mattanze. Gli obiettivi principali sono quasi sempre affiliati e relativi familiari dei Cartelli nemici che, massacrati e fatti a pezzi, finiscono nelle fosse comuni a far compagnia ai desperados centro-americani che intraprendono le rotte migratorie verso gli Stati Uniti.

Proprio all’infausta sorte dei migranti è legata una delle più grande mattanze nella storia recente del Tamaulipas: nel 2010, 72 corpi furono ritrovati in una fossa comune nel pueblo di San Fernando, a metà strada tra Ciudad Victoria e Reynosa, le due più grandi città del Tamaulipas. Gli omicidi furono attribuiti ai Los Zetas, che tra tutte le organizzazioni criminali messicane, è tra quelle maggiormente dedite al fenomeno dei traffici umani conosciuto come coyotaje. Honduregni, salvadoregni, nicaraguensi e guatemaltechi: gli ultimi della terra disperatamente messi in braccio alla crudeltà dei narcos, accompagnati dalla speranza di un futuro migliore che la maggior parte di loro non riuscirà neanche a intravedere.

Il black-out mediatico, che da diverso tempo vige nel nord-est del Messico, consente la ricezione di poche ma sufficientemente sconvolgenti cifre di morti e scontri a fuoco, che testimoniano come quella che è ormai una vera e propria guerra civile sia ben lungi dal terminare. Nel solo Tamaulipas, si sono verificati circa 70 omicidi nell’aprile scorso, e 103 rapimenti tra gennaio e marzo: cifre slittate del 76% rispetto al 2010, secondo quanto riportato da Milenio, una delle principali testate giornalistiche del paese. Della gravità di questo oscuramento mediatico ha scritto il reporter Diego Enrique Osorno, in un post del maggio di quest’anno sul portale di informazione online Más por Más, tracciando un paragone col fenomeno delle milizie di autodifesa del Michoacán:

Nel Michoacán la situazione è seria, ma hanno sempre avuto delle minime libertà civili che gli permettessero almeno di raccontare ciò che sta accadendo lì. Questo è il motivo per cui le milizie di autodifesa sono state capaci di avere un’ampia copertura mediatica negli ultimi mesi. Il Tamaulipas, invece, non gode di queste minime protezioni, e la sua situazione è ancora più grave”.

Ad oggi, Osorno, classe 1980, rappresenta una delle più importanti firme del cosiddetto nuevo periodismo latinoamericano; reportero independiente divenuto celebre per il coraggioso lavoro di giornalismo narrativo svolto tra Nuevo León e Tamaulipas, confluito poi in alcuni importanti libri come Z. La guerra dei narcos, in cui analizza il fenomeno dell’ascesa degli Zetas. Lo scrittore e saggista Juan Villoro ha definito Osorno come un “appartenente a quella stirpe di testimoni che scrivono la storia affinché non si ripeta”, e si tratta, in questo caso, di una storia che tocca Diego ben da vicino. Osorno è, infatti, nato a Monterrey (Nuevo León), città in cui risiede tutt’ora, da cui ha svolto la sua profonda indagine sulle sottaciute violenze perpetrate a ridosso del confine col Texas; un’indagine che l’ha portato a confrontarsi con l’aspra realtà di quel Tamaulipas divenuto ormai il più pericoloso tra tutti gli stati della Federazione Messicana, in cui suonano, oggi quanto mai stridenti, le note dell’inno ufficiale dello stato: “Viva Tamaulipas la tierra querida, que en las horas aciagas dio su sangre y su vida”.

Cristiano Capuano