È il 2007 quando, dopo aver ottenuto un certo successo di critica e pubblico, “Little Miss Sunshine” viene nominato agli Oscar per quattro categorie, tra cui quella per il miglior film. Ne vincerà due: miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura originale.

Addentrandosi a Hollywood non si può sfuggire al mito del sogno americano e, per carità, è un ramo troppo radicato nella storia del blockbuster d’oltreoceano perché ci si sogni di attaccarlo qui. Un certo tipo di cinema è anche supportato da una visione completamente differente da quella italiana del beneamato “sogno”: se qui da noi, a chi vaneggia su un grande futuro, si risponde di rimanere con i piedi per terra e di pensare in modo concreto, l’idilliaca immagine di una società delle speranze e delle opportunità invece urla di provarci, almeno. Perché se ci credi ce la fai.

E poi Little Miss Sunshine arriva agli Academy Awards con le sue premesse da comedy stereotipato: una famiglia un po’ disastrata, personaggi eccentrici di cui almeno uno è destinato a rubare il cuore dello spettatore, un imprevisto e qualche gag. Arriva per smentire quelle premesse, per far fruttare un Oscar a Michael Arndt, al suo debutto come sceneggiatore, e per portare una ventata di… indulgenza. Un film vale qualcosa anche senza raccontare di successi e vittorie, ma anzi può raccogliere consensi con la sua aria da pecora nera, disordinato, inconfondibilmente giallo, con qualcosa del road movie, e, soprattutto, con i suoi sei miseramente falliti protagonisti.

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Uno di quei sei è interpretato da Alan Arkin, vincitore dell’Oscar per la sua interpretazione di nonno Edwin, tanto anarchico nei confronti dei canoni che ai nonni vengono comunemente imposti, quanto premuroso verso la nipotina di sette anni (Olive, interpretata da un’adorabile Abigail Breslin), vera star e causa prima dell’intera trama. E magari il vecchio Edwin non è il patriarca ideale, ma è l’unico della famiglia ad aver già imparato la lezione: la felicità dorata di una vita perfetta non è roba per noialtri, piuttosto sono i compromessi e l’accettazione di se stessi che rendono sereni.

Ricordiamoci anche dell’interpretazione di Steve Carell che rompe le sue abitudini e smette di far ridere per vestire i panni del fallito per eccellenza: colui che ha rinunciato a vivere. E non ne riacquisterà la voglia, non troverà motivi di riscatto, non guarirà dalla depressione, niente di tutto ciò! La potenza di “Little Miss Sunshine” sta nel mostrare quanto “okay” sia non trovare soluzioni, almeno per il momento, adattarsi e proseguire.

Seguendo il proprio stesso consiglio, Jonathan Dayton e Valerie Faris, i due registi, non firmano un capolavoro dalle pretese elevate, ma la prendono alla leggera. Se c’è qualcosa che traspare dal loro lavoro non è l’intenzione di rivoluzionare il pensiero americano (e una tale intenzione ce la si sarebbe potuta aspettare), ma un semplice e autentico amore per la persona qualunque che aveva un grande progetto in cui si era gettata anima e corpo, e che l’ha visto infrangersi.

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Era un film candidato a ben quattro premi Oscar. Abigail Breslin avrebbe potuto vincere come miglior attrice non protagonista. E c’era addirittura la possibilità di ottenere il premio come miglior film. Non è stato così, ma… ehi, due su quattro è un bel risultato: è un compromesso fra la vita reale e il grande sogno.

Perché se ci credi potresti anche non farcela. E va bene così.

Chiara Orefice