7 novembre 1917: i bolscevichi, guidati da Lenin, prendono il possesso di San Pietroburgo, rovesciando il governo Kerenskij. Inizia così ciò che noi occidentali chiamiamo la rivoluzione d’ottobre e che, per ironia della sorte, in realtà si è svolta ad inizio novembre, a causa di una difformità del calendario russo rispetto a quello occidentale.

Sono trascorsi quasi 100 anni da quell’evento. Le aspettative di Lenin sono state puntualmente disattese; ma lo scossone provocato dalla rivoluzione d’ottobre ha conseguenze ancora vive oggi.

Procediamo, quindi, ad una spiegazione dell’evento e, sul finale, ad una breve sintesi delle sue conseguenze sul breve e lungo periodo.

La rivoluzione d’ottobre

L’impero zarista, ad inizio 1917, era un paese devastato dalla guerra. La parte più occidentale della Russia era in mano tedesca, e ciò significava danni irreparabili per l’economia russa, dato che il secondo Reich aveva occupato la parte più produttiva del paese.

Tale situazione di crisi aggravava le condizioni dei ceti medio bassi, condizioni decisamente pietose rispetto a quelle degli omologhi occidentali. Inevitabile, quindi, che la tensione esplodesse in rivoluzione: quella d’ottobre, però, fu solamente la seconda, dato che una prima rivoluzione di febbraio destituì lo zar formando un governo democratico di stampo borghese.

La Russia si “occidentalizzava” politicamente ma, de facto, per il popolo non era avvenuto alcun cambiamento: il governo Kerenskij si ostinava a continuare le ostilità (siamo in piena Prima Guerra Mondiale), inimicandosi gli strati medio bassi.

In primavera Lenin pubblica le famose “Tesi di aprile”: si costruisce l’apparato teorico della rivoluzione. Lenin, a capo dei bolscevichi, sconfessò le posizioni dei menscevichi, che rappresentavano la maggioranza di quella che oggi definiremmo “estrema sinistra”, e lo stesso Karl Marx.

Il materialismo storico di Marx prevedeva, come già detto in un precedente articolo dell’History in Making, uno sviluppo progressivo do ogni stato da un modo di produzione specifico ad un altro. La Russia si trovava nello stato di produzione feudale e, secondo i menscevichi, doveva prima passare allo stato di produzione borghese e, solo in un secondo momento, passare allo stato di produzione comunista.

Lenin rovescia tutto ciò: proprio perchè in Russia non si era sviluppato il modo di produzione capitalistico, vi erano condizioni più favorevoli per il rovesciamento del sistema e l’instaurazione del comunismo.

In effetti lo stesso Lenin si accorse poi che la via era piuttosto ardua e dovette correggere il tiro, mantenendo parzialmente l’economia di mercato con la cosiddetta NEPNovaja ekonomičeskaja politika.

Fu Stalin a rivoluzionare il sistema socioeconomico russo, facendo all-in sull’industrializzazione: ed in effetti l’URSS divenne una delle principali potenze industriali al mondo, al prezzo, però, di milioni e milioni di morti. Per un approfondimento vi rimando al numero di History in Making dedicato a Stalin.

Inoltre fu Stalin uno dei fautori della Guerra Fredda, che caratterizzò lo scenari geopolitico mondiale per oltre 50 anni.

L’URSS, intanto, è crollata e con esso il principale tentativo di instaurazione del socialismo reale. Cosa è rimasto, a distanza di 97 anni, della rivoluzione d’ottobre?

Il lascito di Lenin

Prima di tutto lo spettro politico è stato fortemente influenzato dalla rivoluzione d’ottobre. L’emergere dell’URSS ha portato alla nascita di partiti di stampo comunista che si differenziavano dalle organizzazioni socialiste sorte sino ad allora: un esempio è la nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921.

Nonostante molti di quei partiti siano diventati partiti socialdemocratici, come il PD, essi probabilmente non sarebbero mai nati senza il fortissimo impatto del primo tentativo di instaurazione del socialismo sociale. Inoltre vi è una forte eredità “ideologica”: l’elettorato e gli esponenti più anziani degli attuali partiti socialdemocratici continuano ad avere il santino di Marx nel portafoglio, per utilizzare una metafora.

Ecco l’altro punto: il marxismo. L’URSS ha rappresentato una sorta di Terra promessa per gli intellettuali, alimentando ancor di più l’influenza dell’ideologia marxista nelle loro opere. Letteratura, filosofia, storiografia, cinematografia, etc.: tutte le arti e le scienze umanistiche, soprattutto nella parte centrale del XX secolo, sono state plasmate dal marxismo. Non a caso ancora oggi diversi dei principali intellettuali odierni, come ad esempio Luciano Canfora, principale storico italiano della classicità, giudicano in maniera molto positiva l’esperienza dell’URSS.

Continuando, c’è da dire che, nonostante il crollo dell’URSS, sono molti i paesi che hanno preso spunto dall’esperienza sovietica: Cina, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, oltre a diversi paesi africani. I paesi del terzo mondo, nonostante non si schierassero con nessuno dei due poli durante la guerra fredda, erano idealmente più vicini all’URSS che all’USA.

In sostanza l’eredità dell’URSS è forte, ma rimane solamente un’eredità ideale. L’URSS è un modello a cui rifarsi per partiti, intellettuali, intere nazioni, ma è soltanto un modello sbiadito, un qualcosa che non c’è più e che mai potrà essere riprodotto, perchè gli stessi filosovietici attuali, in realtà, sono figli del loro tempo, ossia di un tempo dove anche la Cina, il paese comunista per eccellenza, presenta un’economia pienamente capitalista.

Davide Esposito