La procura di Roma ha aperto un’inchiesta senza ipotesi di reato e senza indagati cioè “atti relativi”, dopo che i parenti di Stefano Cucchi hanno presentato un esposto due giorni fa contro il professor Paolo Arbarello, medico legale, scelto a suo tempo come consulente dai PM Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy. Tuttavia è necessario precisare che il procedimento sarà limitato agli episodi contenuti nelle dieci pagine di esposto e non rappresenterà affatto una riapertura delle indagini sulla morte del geometra Cucchi, deceduto all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per spaccio di droga. Il tutto verrà seguito dal procuratore Giuseppe Pignatone.

Come tutti sappiamo l’esposto contro il dottor Arbarello ha dato inizio a un vero botta e risposta tra quest’ultimo e la sorella del deceduto, al punto che l’ex direttore della Sapienza ha annunciato una controquerela. La difesa di Arbarello sarebbe questa: “Lo abbiamo scritto e ripetuto più volte: ci sono lesioni che sono sospette; noi non siamo in condizioni di dire se qualcuno gli ha sbattuto la testa contro il muro facendolo cadere o se invece ha fatto tutto da solo. In ogni caso, ripeto, non sono queste le cause del suo decesso” aggiungendo poi, a sostengno della sua tesi secondo la quale Stefano Cucchi è stato vittima dell’incuranza dei medici: “Evidentemente non tengono conto che il mio parere, e quello di tutti i colleghi che hanno lavorato con me, è stato confermato anche dai periti della Corte d’Assise, scelti a Milano”.

A queste parole, sono susseguite quelle della Cucchi secondo la quale “il professor Arbarello ha annunciato querela per diffamazione e calunnia contro di noi ed ha nominato il professor Coppi per avere maggiori garanzie possibili di vittoria. Saremo gli unici ad essere condannati per la morte di Stefano”. Ha poi aggiunto: “Arbarello difende l’operato dei colleghi periti e pure quello dei magistrati. Mio fratello è morto per il dolore tremendo alla colonna vertebrale ed all’addome per un globo vescicale di urina di ben un litro e mezzo che gli ha prodotto lacerazioni interne”.

Federico Rossi