Con la solita “precisa vaghezza” un accorato Matteo Renzi qualche giorno fa ha denunciato: “C’è un disegno per spaccare in due l’Italia!”. Un complotto, secondo il premier, di matrice sindacale per mettere i lavoratori contro i datori di lavoro e i lavoratori “privilegiati” (sempre per stare ai suoi schemi) contro i precari. Ieri all’inaugurazione della Piaggio Aerospace il monito è stato: “Guai a pensare che si possa fare del mondo del lavoro il terreno dello scontro”. Renzi “il rottamatore” non è mai stato così preoccupato per la coesione sociale.

Eppure il pesante scontro sul Jobs Act di queste settimane è nato proprio per la decisione del premier di aggredire l’articolo 18, un tema simbolo per la sinistra come per i lavoratori. Un tema che gli stessi renziani a fasi alterne hanno dichiarato essere fondamentale (“Il diritto del datore di licenziare come vuole”) o non importare niente (“riguarda poche centinaia di casi”). Perché? Perché evidentemente ancor più di cosa fare con la riforma (che essendo in legge delega ancora non ha nulla di preciso) interessava contro chi farla. Per lanciare, dal grande comunicatore che ha dimostrato di essere, quell’idea di rinnovamento che fin dai remoti tempi della “rottamazione” si fa prima di tutto contro qualcuno.

Ha proseguito appropriandosi della voce dei precari, inventandosi la celebre “Marta” e parlando al suo posto, mentre da anni, potremmo dire ormai decenni visto che l’avvento della “flessibilità” risale agli anni ’90, i precari organizzati in modo autonomo o nella CGIL cercano di comunicare le loro posizioni, le loro necessità, le loro idee sul lavoro, per lo più inascoltati anche e soprattutto da lui. Evitare la spaccatura sarebbe stato semplice. Se l’interesse del Governo fosse stato il lavoro dei precari, si sarebbe potuto semplicemente scrivere fin da subito la tutt’ora fumosa riforma dei contratti, far vedere come il lavoro grazie al misterioso “contratto unico a tutele crescenti” diventerebbe più stabile, garantire che le altre 46 forme di lavoro precario sarebbero sparite. A tutto ciò il sindacato non avrebbe voluto o potuto opporre resistenza.

Il problema invece è che appare sempre più evidente che il jobs Act oltre allo “scalpo” dell’articolo 18 porterà all’indebolimento del posto fisso senza cancellare i contratti precari, che continueranno a fare più gola, soprattutto dopo il decreto Poletti, di un contratto a tempo indeterminato per quanto svuotato di garanzie. E mentre ai lavoratori si nega l’interlocuzione, arrivando fino alla manganellate a freddo, come dimostrato una volta per tutte dal video della preziosissima trasmissione Gazebo (una volta tanto vero servizio pubblico) ai datori di lavoro si continua a lanciare messaggi nemmeno tanto velati di fratellanza. Dal già citato “sacrosanto diritto di licenziare” al più recente “Sarò breve, tanto ci siamo già detti tutto alla Leopolda”, fino alle pseudo-gaffe (anche questa tecnica cara a Berlusconi) contro il diritto di sciopero di Davide Serra.

Renzi forse non sa, o finge di non sapere, che i lavoratori “garantiti” e i pensionati sono i genitori e i nonni dei precari. E che spesso sono quelli che grazie ad una relativa e sempre più traballante stabilità fanno da welfare famigliare a questi ultimi, ci sono ormai anni di studi statistici a confermarlo. Così come i lavoratori precari in molti casi sono nei luoghi di lavoro, a fare le stesse mansioni, dei lavoratori tradizionali. Chi è che crea spaccature allora?

È anche per lanciare un forte segnale in questo senso che i lavoratori in somministrazione (tra i precari gli unici che hanno effettivamente questo diritto), il 14 e 21 novembre sciopereranno assieme ai metalmeccanici della FIOM, un gesto di unità e solidarietà tra generazioni, categorie, e in definitiva tra gente che lavora.

Alessandro Squizzato