Il fatto è che l’uomo si distingue da ogni altro essere vivente per la sua propensione consapevole e volontaria al cambiamento. Per operarlo deve, però, fare delle scelte. Sono queste a renderlo umano. E se decide di abbassare la testa, di rimanere in un silenzio assordante e spietato, ignorando le sofferenze degli oppressi, è chiara la sua decisione di stare dalla parte degli oppressori. E mi chiedo dove sia finita l’umanità. E’ forse nella tranquillità di chi semplicemente si astiene? Perché se quello è tutto il senso riconosciuto al termine “umanità”, allora io non sento di appartenerle, e, anzi, la credo distante anni luce dai miei ideali. L’umanità non può rimanere a guardare. E se lo fa, perde la sua più intima essenza: l’indignazione, la ripugnanza verso ogni sorta di ingiustizia, la naturale aspirazione ai più solidi princìpi di libertà e uguaglianza… Io, da aspirante giornalista, credo fortemente nel potere delle parole, ma queste, da sole, non bastano purtroppo. Esse sono la fondamentale spinta iniziale, ma il resto devono farlo decisioni concrete. L’impotenza della maggior parte di noi in questo, non giustifica la diffusa disinformazione, né la generale indifferenza. Solo perché queste atrocità non si stanno consumando sotto i nostri occhi, non vuol dire che non ci riguardino. STAY HUMAN.

10755023_665403463581118_1431602647_nL’acido tocca la pelle. E’ freddo. E’ gelido. Per un secondo. Poi è dolore. Terribile. Attraversa il viso, lo penetra, poi penetra le ossa, e le corrode. La pelle si scioglie come cera al sole, si stacca, cade. Il mio viso non ha più forma. Il mio cuore non ha più forma. Sento i suoi sussulti, le mie grida fra la gente che affolla una strada per me deserta. E sorda. Sorda alle mie urla disperate, ai miei quindici anni perduti, alla mia vita che non è più vita, ma emarginazione, solitudine, angoscia. L’inquietudine si aggrappa coi suoi artigli alla mia esistenza in bilico, la porta a sbattere contro le idee che mi accarezzano la mente in ogni mio giorno, che è una serie di incubi terrificanti. E la cosa peggiore è che il mostro ce l’ho dentro. Sono io. E ho paura. Paura di guardarmi allo specchio, che è la prova che il mostro sono io, adesso. Alla fine della giornata, quando gli occhi stanno per chiudersi, vedo il mio volto com’era prima che il mio aggressore decidesse di colpirmi con un secchio di acido solforico. Ed è stupido, ma spero sempre di poterlo vedere allo specchio al risveglio. Riapro gli occhi sul mondo e mi accorgo che la mia primavera è finita quel giorno, smarrita per sempre. E, nonostante siano passati molti anni, non è più tornata. Il mio viso sfregiato ha visto solo freddi e grigi inverni succedersi. Il mio aggressore è stato condannato a 10 anni di carcere. E il mio tempo? Tutta la mia vita vale 10 anni? Mi dicono che sono stata fortunata. Qualcuno se l’è cavata pagando una multa. Qualcuno è a piede libero perché la vittima non ha avuto il coraggio di denunciare. Il mio è un ambìto privilegio, in fondo.

Secondo l’Acid Survivors Trust International, ogni anno, nel mondo, ci sono circa 1500 casi di attacchi con l’acido. Fino al Gennaio 2013 tali abusi non erano oggetto di legislazione specifica, e anche ora che lo è, i problemi continuano a sussistere. L’acido solforico, in India, è facilmente reperibile, un litro potrebbe costare poco più di un dollaro. Le sentenze volte a limitarne la vendita non servono a molto, se non possono avvalersi di autorità di polizia che ne impongano e ne controllino l’applicazione. La violenza con l’acido non è, inoltre, circoscritta alle regioni del Medio Oriente o a moventi connessi all’estremismo religioso.

Sundra Sorrentino