Nessuna conferma, ma neppure smentite: e questo, in politica, equivale di per sé a mezza certezza. Sembrano giungere al termine i giorni da Presidente di Giorgio Napolitano, primo Capo dello Stato ad essere indicato per un secondo mandato sotto il giogo dell’emergenza istituzionale.

Ma lo stesso Napolitano, del resto, aveva sempre avvertito della durata “a termine” del suo incarico: un sacrificio compiuto in funzione della stabilità fra le parti e della tenuta della maggioranza di governo. E ora che Renzi ha avviato il suo percorso di riforme istituzionali – seppur con qualche sbandata di troppo – ecco che il Presidente sembra pronto a lasciare. Semplici indiscrezioni, ancora nessuna fonte ufficiale: ma ormai il percorso sembra avviato e già molto chiaro. A tracciarlo è Marzio Breda del Corsera, esperto del settore e attento a percepire gli umori vicini al Quirinale. Quello che terrà il prossimo 31 dicembre, insomma, sarà l’ultimo discorso da Presidente di Napolitano.

A seguire, sempre stando alle ipotesi fortemente rilanciate in queste ore, le dimissioni nell’arco di poche settimane, probabilmente già a gennaio. Quindi un periodo di “supplenza” esercitata dalla seconda carica dello Stato, ovvero il Presidente del Senato Piero Grasso, infine la convocazione dei mille grandi elettori per la scelta del successore. Un Napolitano stanco, quello che avrebbe respinto ogni tentativo del premier Renzi di posticipare le dimissioni, e che avrebbe confessato all’amico Alfredo Reichlin, penna di spicco per l’Unità, una frase stentorea: “Non ce la faccio più”. La permanenza di Napolitano al Quirinale per un secondo mandato, del resto, era legata all’avviamento di un percorso condiviso di riforme istituzionali. Patto non rispettato a pieno, se è vero che lo stesso Renzi ha di fatto rinviato alla prossima primavera una nuova disamina sulla legge elettorale.

Assorbita e metabolizzata questa convinzione, resta da sciogliere il nodo gordiano della nomina del successore. Ed ecco che al patto bipartisan per l’individuazione di una donna, probabilmente la senatrice Finocchiaro, si affianca una nuova, clamorosa possibilità: il ritorno in auge di Romano Prodi. A sparigliare il tavolo è Pippo Civati, deputato di spicco della minoranza dem, che rilancia il metodo-Consulta, ovvero un patto PD-Movimento 5 Stelle, sull’elezione del successore di Napolitano. Romano Prodi, proprio lui, protagonista suo malgrado del celeberrimo tradimento dei 101, indicato a suo tempo, in quella primavera del 2013, anche dalla base dei grillini attraverso un sondaggio internet.

Se il Movimento 5 Stelle dice sì a un’ipotesi simile allora se ne parla e diventa chiaro che la strada da intraprendere non può essere che quella. Se il fronte dei grillini diventa serio su questo punto vorrei vedere il PD come si potrebbe tirare indietro di nuovo sul nome di Prodi”, dice Civati riaprendo una ferita mai cicatrizzata. La sfida è provocatoria e punta, com’è evidente, a destabilizzare il patto con Berlusconi, primo ed acerrimo rivale del “professore”. La smentita di rito, in ogni caso, giunge dal diretto interessato. “Come può andare al Quirinale uno che impugna il telefonino al contrario?”, risponde Prodi con una battuta, tirandosi fuori, almeno per il momento, dal bailamme mediatico e politico sull’eredità di Napolitano. Se ne riparlerà a gennaio, quando sarà necessario scoprire le carte.

Emanuele Tanzilli