Benvenuti ad un nuovo numero di History in Making. In questo articolo sarà trattato uno dei concetti-cardine della scuola delle Annales, la corrente di pensiero che ha rivoluzionato completamente il modo di fare storiografia: la “Longue durée”, o, in italiano, “lunga durata”.

Prima dell’avvento delle Annales, rivista storica francese nata nella prima metà del novecento, la storiografia era principalmente “storia evenemenziale”, vale a dire storia degli avvenimenti, ossia guerre, battaglie, etc. La prospettiva storica si concentrava sui singoli eventi, guardati, quindi, molto da vicino.

Braudel e la lunga durata

La copertina de “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”

Fernand Braudel, uno degli esponenti cardine della storiografia delle Annales, importante studioso del capitalismo (che trattò nella sua importantissima opera “Civiltà materiale, economia e capitalismo”) teorizzò il concetto di lunga durata al centro della sua opera principale, “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II“.

Braudel, erede di Marc Bloch, e quindi di un modo di fare storiografia che ampli il suo sguardo invece di rimanere schiacciato a pochi aspetti della società umana, sostenne che lo storico debba analizzare la storia con uno sguardo di lunga durata, vale a dire analizzare le strutture, gli elementi che permangono nel corso degli eventi in una prospettiva plurisecolare.

Il tempo delle strutture scorre più lentamente. Con una metafora diventata famosa fra gli storici, Braudel distinse tre tempi, paragonati al tempo del mare: c’è il tempo delle profondità abissali, quello delle grandi correnti sottomarine e quello delle increspature superficiali. Eventi come quelli bellici si susseguono con la velocità delle increspature mentre le strutture, quasi immobili, hanno la velocità delle correnti più profonde.

Gli elementi su cui focalizza l’attenzione, come le grandi strutture economiche, subiscono lievi cambiamenti nel tempo: non è un caso che il suo studio sul capitalismo si estenda per più secoli.

La prospettiva della lunga durata è stata poi applicata a praticamente ogni fenomeno storico. Prima di tutto alle periodizzazioni: Jacques Le Goff, altro membro delle Annales, ha teorizzato l’esistenza di un “Lungo medioevo”, sostenendo l’inutilità di distinguere fra “Medioevo”, “Rinascimento” ed “Età moderna”, in quanto le strutture economiche, in questi tre periodi, subiscono ben lievi cambiamenti, e fu soltanto con la Rivoluzione industriale che ci fu il vero cambiamento. Ecco spiegata la ragione che spinse Le Goff a stiracchiare la durata del Medioevo, facendolo terminare addirittura alla metà del XVIII secolo.

Altro campo in cui è stata applicata la teoria della lunga durata è quella della nascita delle nazioni: Anthony D. Smith, sociologo, professore della London School of Economics, andando in opposizione alla prospettiva dominante in ambiente accademico portata in auge da Eric Hobsbawm, che vede l’origine delle nazioni nel XIX secolo, saccheggia il pensiero di Braudel utilizzandolo per dare una propria interpretazione all’emergere delle nazioni.

Secondo Smith il XIX secolo rappresenta, sì, il trionfo del nazionalismo e la consacrazione delle nazioni, ma esso è, al contempo, soltanto il culmine di un processo di lunga durata che ha le sue radici nel Medioevo o, in alcuni casi, addirittura in un’epoca precedente. La sua prospettiva, definita etno-simbolica, afferma che le nazioni si strutturano intorno ad un bagaglio culturale sviluppatosi nel corso dei secoli, formato da elementi etnico-simbolici, appunto, quali miti, simboli, tradizioni, etc. che costituiscono la memoria storica dei gruppi etnici.

La difficoltà di leggere il presente

Data l’importanza della lunga durata, risulta quindi difficile interpretare, nel modo giusto, gli eventi contemporanei. L’età contemporanea ha visto, da una parte, l’accelerazione del tempo: de facto i cambiamenti dal punto di vista economico, sociale, tecnologico, etc. avvengono in un lasso di tempo più breve rispetto ai periodi precedenti.

Nonostante ciò, risulta estremamente complicato interpretare nel modo giusto gli avvenimenti contemporanei. Questa problematica è emersa soprattutto con la primavera araba: il complesso delle rivolte e rivoluzioni scatenatesi nei paesi arabi fu prima salutato, dall’occidente, con favore. Noi occidentali abbiamo interpretato la primavera araba, inizialmente, come il momento di passaggio degli stati arabi da forme statali dittatoriali alla democrazia.

Col passare degli anni, in realtà, questo si è rivelato solamente un sogno, un’illusione. Stati come la Libia sono dilaniati dalla guerra civile, per non parlare di Iraq e Siria, in cui è emerso il cancro chiamato ISIS. Nonostante ciò, non possiamo ancora dare un giudizio complessivo e ragionato sulla primavera araba e dobbiamo attendere ancora molto tempo per poter analizzare tale fenomeno nel modo giusto.

Questo significa che ci risulta impossibile leggere il presente? Niente affatto: è un monito, però, a stare attenti a giungere a conclusioni affrettate, perché gli eventi si susseguono senza sosta come un fiume (“Panta rei os potamos”, tutto scorre come un fiume, diceva Eraclito) ma sono le strutture a dover essere l’oggetto del nostro sguardo, e non altro.

Davide Esposito