Inurbandosi per via San Biagio dei Librai, l’antica stradina del centro storico che ha salutato i natali del filosofo Giambattista Vico e ospitato le passeggiate del grande don Benedetto, si arriva a Largo Corpo di Napoli, prosecuzione della contigua piazzetta Nilo.

In epoca grecoromana l’area accoglieva la vivace comunità egizia, per cui prese il nome di Vicus Alexandrinus.
I mercanti egizi, ben felici di omaggiare la generosa prodigalità del dio Nilo, che provvedeva al sostentamento del Regno d’Egitto e dei suoi commerci, eressero una statua in suo onore.

La figura ritrae l’imponente divinità distesa sul fianco sinistro, seminuda, circondata da putti che simboleggiano gli affluenti del fiume, mentre con la mano destra sostiene una cornucopia, emblema della fertilità. La divinità si poggia su una piccola sfinge, con la quale volevano esaltare riuscita la fusione delle due grandi culture egiziana e greca.
La statua, in un momento non precisato del passato, perse il capo.

Un cronista del XIII secolo, fuorviato dalla presenza dei putti, sostenne addirittura che la figura rappresentasse una donna con i figli. Alcuni studiosi hanno sostenuto che da questa erronea convinzione sia nato il toponimo “Corpo di Napoli”, altri, invece, l’hanno attribuito al sito in cui si trova, che è proprio al centro della città di Napoli: non a caso i napoletani sogliono, infatti, metterla in relazione alla statua del Sebeto, sita a “capo Partenope”.

La statua, a lungo dispersa, fu ritrovata nel 1476, ma è solo nel 1647 che fu restaurata e collocata monumento fu restaurato e collocato nel Largo Corpo di Napoli. La testa, ora, ha una linea barocca, con una barba fiammeggiante, mentre l’originale doveva avere una testa con acconciatura egizia e finta barba tubolare. Poggia sopra un basamento a sezione regolare che reca sul fronte una lapide con iscrizione latina apposta nel 1734, la quale narra le vicissitudini dell’opera.

La statua, fino a due giorni fa nascosta da un’ingombrante impalcatura, è ora restituita alla città. Sono, infatti, appena terminati i lavori di restauro che hanno restituito la testa alla sfinge di marmo, scomparsa misteriosamente mezzo secolo fa e ritrovata solo l’anno scorso, in Austria, dai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale della città di Napoli (l’acquirente l’aveva acquistata in buona fede e non ha esitato a consegnarla ai militanti dell’arma).

Chissà se prima o poi il giallo verrà svelato, ma certo è che rinvigorisce il fascino del più misterioso e magico simbolo di Napoli.

Danilo De Luca

Bibliografia:

Nicola Della Monica, Le statue di Napoli, Roma, Newton e Compton, 2002

Romualdo Marrone, Le strade di Napoli, Roma, Newton e Compton, 2004