L’ultima volta che dalle parti del Golden Gate han sentito odore di titolo, gli Stati Uniti erano sommersi dallo scandalo Watergate, che portò alle dimissioni di Nixon, i Led Zeppelin erano in rampa di lancio per entrare nella leggenda del rock e Francis Coppola stregava l’America con la trilogia del Padrino. La squadra non era neanche lontanamente favorita, infatti secondo molti non si sarebbe neppure qualificata ai playoff; uno dei motivi principali era quello economico, che portò la franchigia a tradare Nate Thurmond. Rick Barry trascinò i Warriors al titolo contro i favoritissimi Washington Bullets (4-0) in quel che è considerato il più grande upset della storia della NBA. Correva l’anno 1975. Adesso, quasi 40 anni dopo, a Oakland la parola Finals non è più un tabù. Il motivo? Semplice, Wardell Stephen Curry II.

OTTIMO INIZIO – Se Steph Curry non è più una sorpresa, ormai però non lo sono neanche gli stessi Warriors che da un paio d’anni sono in pianta stabile tra le migliori franchigie della Lega per gioco e tra le migliori 8 della Western Conference alla fine della regular season. La fragilità di alcuni elementi come Bogut e lo stesso Curry, dal grande talento ma con delle caviglie di cristallo, ha minato la competitività della squadra. Quest’anno, però, le premesse per provare a far saltare il banco ci sono tutte, l’inizio di stagione infatti è stato straordinario e la prima sconfitta è arrivata con Thompson ai box; Iguodala e Barnes sembrano essere tornati ad alti livelli, mentre Green sta piacevolmente sorprendendo. E in attesa del ritorno di David Lee, Steve Kerr può ritenersi soddisfatto del suo inizio come head coach, del resto uno che è stato giocatore importante prima per Phil Jackson e poi per Gregg Popovich di certo non può essere uno sprovveduto.

OVEST COMPETITIVO – La squadra è ben assortita e gli Splash Bros Curry-Thompson sono senza dubbio l’arma più devastante dei Warriors, perché bastano loro pochi centimetri di spazio per far entusiasmare il palazzetto. Quindi, le possibilità per arrivare fino in fondo ci sono, ma come al solito ad ovest sarà tutt’altro che semplice. La sensazione è che i San Antonio Spurs siano ancora la squadra da battere, sia perché sono i campioni in carica e dunque meritano di essere i favoriti e sia perché più invecchiano e più sembrano migliorare; è vero che Duncan e Ginobili hanno un anno in più sulle spalle, ma è altrettanto vero che Leonard e Green stanno diventando sempre di più armi importanti nel sistema di Pop. I Rockets di Howard e Harden, benché abbiano perso Parsons, stanno sorprendendo con un ottimo avvio di stagione (e attenzione alla situazione Rondo-Celtics per febbraio), i Clippers, invece, nonostante un inizio non entusiasmante sono comunque da tener d’occhio. La mina vagante è OKC che con gli infortuni di Durant e Westbrook difficilmente arriverà ai playoff come testa di serie e, di conseguenza, si potrebbe assistere a degli accoppiamenti molto interessanti a partire già dal primo turno.

ALTRA L – Intanto nella notte arriva la prima sconfitta in casa all’Oracle Arena contro gli Spurs. Quando Tony Parker gioca da fenomeno, difficile che San Antonio cada; per lui a referto ben 28 punti con il 61% dal campo (11/18) e la solita liberale dose di assist, 7 per l’esattezza. Ottima prova anche per l’MVP delle Finals Leonard e ennesima doppia doppia (12 punti e 13 rimbalzi) per Duncan, che raggiunge i 14.000 rimbalzi in carriera. A differenza di 2 giorni fa a Phoenix, questa volta Klay Thompson c’è, e quando è presente tende a farlo notare: 15 punti da 3 (29 in totale) con l’83% di realizzazione. Media assolutamente incredibile così come la serata no di Steph che fa 0/7 da 3. Seconda sconfitta consecutiva dunque per i Warriors, che smorza un po’ gli entusiasmi e conferma che San Antonio è la squadra da battere. Ma attenzione all’erede di Pistol Pete, perché se c’è un uomo che può riportare il titolo sul Golden Gate, quell’uomo è proprio lui.

Fonte immagine in evidenza: google.com

Fonte immagine media: google.com

Fonte video: youtube.com

Michele Di Mauro