Nel 1926 venne pubblicato a New York il primo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemigway, “Fiesta (il sole sorgerà ancora)”. La prosa “s-pietata”, senza spazio per i perbenismi, e le battute graffianti e pungenti sono già presenti in questo “battesimo letterario” dell’autore, e rimarranno invariati – o comunque si acuiranno – nel corso degli anni.

Eppure, nel 1925 l’autore aveva presentato alla casa editrice Peacock & Peacock il manoscritto del romanzo; rapida e lapidaria la risposta Moberley Luger:

«Se posso essere schietta, signor Hemingway – lei sicuramente lo è, nella sua prosa – ho trovato il suo libro noioso e offensivo al tempo stesso. Lei sicuramente è un “vero uomo”, non è così? Non sarei sorpresa di scoprire che ha scritto tutta la storia chiuso dentro a un club, con il pennino in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra».

L’immagine della Luger, senza dubbio non lontana dalla realtà ma non per questo ingiustamente esagerata, pone l’attenzione sui modi e lo stile di vita dell’autore in maniera anche piuttosto subdola, ma – cosa più importante – in maniera inconscia anche sulle caratteristiche proprie di questo indiscusso – checché ne dica lei – capolavoro.

Innanzitutto, la schiettezza della prosa: senza abbandonarsi a facili moralismi, senza parafrasare, senza glissare, Hemingway racconta implacabile e sincero, come sempre sarà, la storia di un gruppo di espatriati americani e britannici, la loro vita a Parigi tra futili chiacchiere, alcool e giornate trascorse nei caffè.

Jake  Barnes, reduce di guerra che ha riportato ferite gravissime che lo hanno reso impotente; Lady Brett Ashley, donna amata da Jake e di Jake amante, rappresentate, con il suo taglio di capelli innovativo, i suoi pluridivorzi e il suo essere disinibita, della nuova ventata di libertà sessuale dei primi anni ’20; Robert Cohn, insicuro, introverso e insoddisfatto ebreo la cui vita sarà segnata per sempre da un terribile complesso di inferiorità; Mike Campbell, promesso sposo di Brett, veterano anch’egli di guerra e alcolista aggressivo e violento; questi, insieme ad altri personaggi, ugualmente spassionati e rassegnati alla vita, costituiranno l’esempio più evidente della cosiddetta “Lost Generation”.

Tale espressione, coniata da Gertrude Stein, si riferisce a tutti coloro che avevano prestato servizio militare durante la prima guerra mondiale, e che avevano dunque più di tutti compreso l’effimero e il vano della vita. Metafora eccezionale di questa generazione perduta diventa allora l’Encierro di Pamplona, il festival annuale della corsa dei tori e delle corride cui la comitiva di personaggi decide di assistere. La forza del toro e del torero, l’orgoglio del primo e la durezza del secondo, l’impeto dell’uno e l’eleganza ferma dell’altro, la lotta spassionata che vede il vincitore mai vincitore del tutto: la vita che, insomma, la guerra aveva insegnato a vivere.

E nel viaggio da Parigi a Pamplona e da Pamplona a Parigi troveranno il loro spazio le anime perdute dei protagonisti, le loro storie tristi, le loro vite insoddisfatte. Alla luce di quanto detto, la storia d’amore impossibile e rassegnata tra Jake e Brett, si capisce, è solo uno dei temi affrontati dall’autore: egli tocca infatti anche argomenti come la morte, il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e l’ineluttabile corso della storia, e da ultimo, la virilità – elemento, quest’ultimo, che la Luger aveva sì colto, ma male interpretato.

Non c’è intento offensivo nella virilità raccontata nel romanzo, quanto piuttosto un intento scomodamente realista.

La virilità di Hemigway è, con grande acutezza, una virilità fragile, senza pretese. È la virilità di Jake, ferita, senza speranze, che tuttavia non intacca la sua capacità di provare amore, quanto piuttosto la sua impossibilità ad esprimerlo: quale migliore metafora della generazione perduta?

Privata della storia perché in essa catapultata, privata dell’illusione, privata di sogni; senza spazio, senza ragion d’essere. Rifiutata. Come rifiutata fu la sua più grande fotografia, “scattata” con parole “schiette” e – perché no, pennino nella destra e brandy nella sinistra.

Beatrice Morra