Il PD ha dato via libera al Jobs Act e si presenta come un primo punto di intesa con la minoranza del Partito Democratico.  L’accordo è stato possibile perché Renzi ha accettato alcune richieste della minoranza sul tema della tipizzazione del reintegro per i licenziamenti disciplinari, che prevederà il reintegro nel posto di lavoro, per scongiurare quelli discriminatori; e indennizzi economici per chi è stato licenziato da un’azienda in difficoltà economica a causa della crisi. La regolamentazione dei licenziamenti individuali ingiustificati diventerà parte integrante del testo in discussione alla Camera e non più rinviata ai decreti attuativi.

È questo il cuore dell’accordo raggiunto ieri all’interno del PD che porterà il Jobs Act ad essere presentato come “legge delega”, in quanto il Parlamento delegherà il governo a decidere sui contenuti ancora poco chiari, consentendo alla minoranza interna di avere su questi ultimi una buona influenza. “Il primo gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro in Italia. È un grandissimo passo in avanti. Sta emergendo tutto quello che è stato deciso qualche settimana fa nella direzione del PD. Bene cosi, andiamo avanti“, queste le parole di Renzi da Bucarest alla notizia del via libera da parte del PD, che consentirà al maxiemendamento di saltare la fiducia al Senato andando direttamente alla Camera. Il premier definisce questo un “grande passo avanti” parlando di “partita chiusa” e di cambiare un Articolo 18 “oramai superato”.

NCD: l’intesa interna PD non piace

L’intesa raggiunta nel Partito Democratico non fa piacere al Nuovo Centro Destra . “Se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile” ha dichiarato l’esponente dell’NCD, Sacconi, minacciando una rottura della coalizione se non si fa un nuovo vertice di maggioranza per modificare la legge delega. Il punto non sono solo i licenziamenti disciplinari, ma il potere decisionale del PD che, in questo modo, accrescerebbe senza avere ancora la maggioranza assoluta nel Parlamento e nel Senato. L’incontro informale degli esponenti dell’NCD a Palazzo Chigi con l’economista del PD Filippo Taddei non ha cambiato la situazione poiché Renzi gestirà la questione con il Ministro dell’Interno e Presidente del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano.

I punti del Jobs Act

Questi sono comunque i punti di oggi del Jobs Act: l’articolo 18 , che dovrà essere deciso dal Governo e che prevede di accettare ciò che è stato votato dalla segreteria del PD, e dunque il reintegro del posto di lavoro a chi è stato licenziato per motivi disciplinari o discriminatori, ma non per quelli che lo saranno da un’azienda in crisi, questi ultimi dovrebbero avere un indennizzo economico dallo Stato; fine dei contratti a progetto, ne esisteranno solo due uno a tempo determinato o l’altro a tempo indeterminato; la maternità che sarà estesa alle donne anche senza contratto indeterminato; contratto a tutela crescente, che porterà il lavoratore assunto con un contratto indeterminato ad essere tutelato in base all’anzianità; il demansionamento sarà limitato e non libero e gli stipendi non potranno essere ridotti.

Le reazioni dei sindacati

Resta solo il problema della Camusso, l’obiettivo di Renzi era impedire lo sciopero generale il 5 dicembre facendo approvare il Jobs Act prima della data in cui la CGIL scenderà in piazza. Non essendo stato possibile, Renzi ha optato verso l’ apertura alla minoranza del PD. Molti sindacati hanno comunque preso le distanze dalla Camusso, come la Furlan della CISL che non vi aderirà. Sembra finire l’epoca degli scioperi in piazza e forse, data la crisi, gli italiani aspettano di vedere i risultati di questa nuova e travagliata riforma del lavoro.

Claudia Cepollaro