Questo presunto accordo tra Nuovo Centrodestra e Partito Democratico, come normale, sta agitando gli animi di molti, sia nei fautori che quasi si leccano i baffi pensando ad una vittoria già in tasca, sia nel corpo vero dei militanti e dei simpatizzanti del Pd che continuano a farsi domande. La questione, poi, si fa ancora più intrigante se si considerano due fattori fondamentali: il tema del governo nazionale e l’assenza totale di autorevolezza e indirizzo politico del gruppo dirigente regionale del Partito democratico.

La prima argomentazione usata da molti (attenti conoscitori dei sistemi elettorali) è che il partito democratico è a guida di un governo il cui vicepremier e la maggioranza parlamentare è espressione di un alleanza NCD-PD. Questa argomentazione potrebbe reggere solo se stessimo parlando dell’elezione del consiglio regionale e del presidente della Regione come avviene per il Parlamento. Basta poco per capire che i due sistemi non sono per niente equivalenti, anzi: il nostro è un sistema parlamentare nel quale le maggioranze si compongono in parlamento (camera e senato) che ha l’obbligo di dare la propria fiducia al governo, il cui premier è indicato dal Presidente della Repubblica. L’elezione del consiglio regionale, invece, è un’elezione diretta nella quale chi vince governa con la propria coalizione di riferimento e non è chiamato ad alleanze di governabilità. Si tratta di una differenza formale e sostanziale che pone il tema centrale di quale sia il perimetro nel quale ci muoviamo e quale sia l’offerta politica che si è capaci di costruire e rappresentare a coloro che devono essere i veri nostri alleati, i cittadini. Allora qui la domanda sorge legittima: cosa c’entriamo noi con il Nuovo Centro Destra, dal tema dei diritti alla giustizia sociale, alla nostra idea di regione Campania alternativa a chi in questi anni l’ha governata. E’ facile dire che bisogna partire dai programmi, ma i programmi camminano sulle gambe degli uomini e questi sono gli stessi che hanno portato avanti la macelleria sociale ed economica di questi anni. La credibilità non si dimostra con una firma su un programma elettorale ma dalle azioni messe in campo negli anni.

La seconda questione, più politica e che attiene alla vita e alla democrazia di un partito, riguarda la discussione finora assente da parte del gruppo dirigente regionale. L’attuale gruppo dirigente campano è il frutto di un accordo tra pseudocomponenti balcanizzate e celato dietro un finto “nuovo corso” renziano. Del resto, è bene ricordarlo, che nel governo del partito democratico della Campania siedono non in seconda fascia i cosiddetti renziani della prima ora, quelli delle primarie senza se e senza ma tranne quando non mi fa comodo, del rinnovamento che si esprime “solo se ci sono io”, della logica del post ad effetto magari seduto alla comoda scrivania di qualche ufficio di palazzo Chigi. Pur di vincere si è disposti a tutto, dall’accordo con De Luca e altri pezzi non propriamente dal profilo renziano, salvo poi gettare fango su ognuno di loro. Insomma, una coerenza ad alternanza che prima o poi punisce. Ecco che allora parte come ogni buona tradizione la saga delle telefonate a Roma, gli slittamenti dei luoghi di discussione, la prova di muscoli a chi prevale di più. Il risultato, come sempre, è lo stesso: il Pd erode il proprio consenso, arriva tardi agli appuntamenti e perde. Si, perde, nonostante lo slogan del 41% (che poi misurandolo non in percentuale ma in termini di voti assoluti non differisci dai risultati di questi ultimi anni).

Si è detto che l’accordo era un’ipotesi che si stava costruendo a Roma e che non riguardasse solo la Campania. Non ho motivi per dubitare di questo ma voglio chiedere al segretario regionale e alla sua segreteria, è mai possibile che di fronte alle scelte che riguardano il futuro dei nostri territori non ci sia un livello di partecipazione e di condivisione del gruppo dirigente regionale? E’ possibile che il tema delle alleanze non è il tarlo con il quale da mesi avremmo dovuto alzarci la mattina e andare a letto la sera? E’ possibile che abbiamo svuotato ogni luogo di confronto a tal punto da essere una sommatoria di mini bande? Questo non è un partito e noi non ne possiamo più dei vostri fallimenti sulla pelle delle nostre terre.

Antonella Pepe