Contro l’Europa si è formato un certo consenso che trova nell’elettorato più provato dalla crisi terreno fertile per la propaganda anti euro e anti Europa. In particolare la moneta unica è il capro espiatorio di tutto l’astio accumulato contro la politica nazionale e la burocrazia europea, incapaci di invertire la rotta in un momento di declino sociale ed economico che sembra non finire mai.

Una moneta per domarli, una per ghermirli e nel buio incatenarli: parafrasando Tolkien sembra questo il pensiero di quanti vedono in Angela Merkel il Sauron despota dell’Europa unita e nell’euro lo strumento di controllo e sfruttamento delle economie europee. Ma è davvero tutto così semplice? Ovviamente no, anzi: non solo l’euro non è (l’unico) responsabile dello stallo europeo, ma è errato anche pensare che senza l’euro si starebbe meglio. Il fronte anti euro fa propaganda diffondendo l’idea che un insieme di stati con diverse valute nazionali sia più forte dell’attuale eurozona, promuovendo la politica monetaria espansiva per rilanciare l’economia senza gravare sul debito pubblico, già enorme in molti Stati dell’Europa meridionale, e la svalutazione competitiva come mezzo di stimolo per l’esportazione del made in Italy. Ci sono però varie questioni da tenere in considerazione quando si parla di uscita dall’euro:

  • Una moneta unica utilizzata da buona parte dell’Unione Europea fornisce all’Europa un peso politico ed economico importante nello scenario internazionale, mentre le monete nazionali da sole sarebbero costrette a usare valute estere come riferimento per i propri scambi commerciali, soffrendo delle fluttuazioni valutarie altrui;
  • La possibilità di stampare moneta per coprire le spese nazionali non esisteva più nemmeno prima dell’entrata in vigore dell’Euro, e in generale sono pochi i paesi al mondo che hanno ancora un saldo legame gerarchico tra il governo e la banca centrale nazionale. Questo perché è pericoloso lasciare a un governo la capacità di batter cassa senza riguardi nei confronti dell’equilibrio monetario ed economico, generando alti livelli d’inflazione rischiosissimi per la tenuta economica dei paesi, come testimoniato dalla breve vita della Repubblica di Weimar;
  • La svalutazione competitiva è un’arma a doppio taglio, perché da un lato avvantaggia le esportazioni ma dall’altro aumenta il prezzo delle importazioni, in particolar modo di materie prime importanti come le fonti di energia ed i carburanti, di cui l’Italia ha scorte tremendamente scarse. Inoltre è una manovra disprezzata dai competitors internazionali e limitata – ove non vietata – dalle regole del commercio internazionale del WTO;

Rinunciare all’euro e tornare a utilizzare strumenti monetari vecchi di decenni non sembra la mossa ideale per rivitalizzare l’economia, ma la propaganda anti-euro resta comunque forte, perché? Innanzitutto perché durante una crisi così profonda è più facile raccogliere consenso puntando l’indice su un capro espiatorio unico piuttosto che avventurandosi in discorsi più tecnici e meno alla portata del grande pubblico, ma c’è anche un secondo punto molto importante da non sottovalutare: dire che la crisi ha origine nella moneta unica significa dare un colpo di spugna a mezzo secolo di politiche economiche e fiscali poco lungimiranti, finalizzate a creare un benessere apparente scaricandone i costi – in forma di debito pubblico – sulle generazioni successive, fino al momento di rottura nel quale i nodi vengono al pettine. Quel momento è la crisi che si vive ora, che dovrebbe essere un momento di rielaborazione del passato economico e industriale del Belpaese ma invece diventa l’ennesima negazione dei suoi errori, grazie alla nuova battaglia contro i mulini a vento del fronte anti-euro.

Ciò non significa che l’euro sia perfetto, o che non ci sia nulla da cambiare nell’eurozona. L’euro è una moneta, un pezzo di carta dal valore fissato al momento della stampa. Uno strumento utile, ma pur sempre uno strumento: è l’uso che se ne fa a renderlo benefico o dannoso per le economie europee. La crisi ha palesato il nonsense di una moneta condivisa da paesi dalle politiche fiscali e dai debiti pubblici separati, evidenziando la necessità di un ulteriore passo in avanti verso la condivisione della politica fiscale e la redistribuzione della ricchezza nell’UE: fatta la moneta unica, è arrivato il momento dell’Europa unica.

Simone Esposito

8 COMMENTI

    • Non so se sei ironico, ma nell’articolo non è affatto detto che l’euro sia perfetto né che la Merkel sia infallibile 🙂

  1. Neanche questo articolo si avventura in spiegazioni tecniche, non dice quali sono state le politiche economiche e fiscali poco lungimiranti che ci hanno portato dove siamo ora. Se escludiamo il famoso debito pubblico esploso negli anni ’80, non dovuto alla spesa pubblica allegra come vuole la vulgata ma agli altissimi tassi di interesse di rifinanziamento, allora gli errori devono essere stati fatti prima. Ma quali sono questi errori?

    • ciao. purtroppo lo spazio è limitato e devo scegliere su cosa spiegarmi meglio e su cosa no: per “politiche economiche e fiscali poco lungimiranti” intendo una politica dei tassi di cambio fondata sulla svalutazione competitiva che, unita alla spesa in deficit coperta con l’emissione di base monetaria, ha contribuito ad indebolire la lira fino a renderla una moneta dal valore quasi nullo a confronto di quelle degli altri paesi europei. da lì ci vuole poco a trovarsi in difficoltà sia da membro dell’euro sia da non membro, per i motivi sopra descritti.

      • Da quello che ho capito gli svantaggi della svalutazione competitiva sono: l’alto costo delle materie prime e l’ostilità dei paesi del WTO che la considerano una pratica scorretta. Tra i vantaggi invece, oltre all’aumento delle esportazioni da te menzionato, c’è n’è anche un altro: la crescita dell’industria nazionale ad uso interno, con tutto il benessere che ne consegue, (dato che non potremmo più permetterci di comprare automobili tedesche, televisori giapponesi ecc…) industria che poi potrà usare le strutture e l’esperienza acquisiti per produrre anche per l’estero.
        C’è una cosa però che non mi è chiara: la svalutazione è considerata una scorrettezza solo dai paesi del WTO oppure da tutti? (i BRICS, ad esempio).

        Ho letto, sempre a proposito della svalutazione, un discorso di E. Letta in cui parlava molto negativamente della scala mobile, non capisco perché, visto che elimina uno degli svantaggi della svalutazione, cioè l’aumento dei prezzi per la gente comune.

        Comunque, considerando il disastro verso cui siamo diretti con la deflazione e la “crescita zerovirgola”(o decrescita) del sistema attuale, i difetti del vecchio sistema non sembrano altrettanto gravi.

        P.S.: io non sono anti euro, questo discorso sulla svalutazione può essere inteso anche come svalutazione dell’euro

      • beh, per produrre i prodotti che non puoi più comprare dall’estero ti servono materie prime, che comunque non hai.
        sulla scala mobile il punto è che poi entra nella spirale portando su l’inflazione invece che combatterla: mantiene il potere d’acquisto (entro certi limiti), ma i prezzi continuano a salire, non si fermano mica, e l’inflazione sale, continuando a far perdere valore alla moneta.

        anche io mi chiedo perché si mantenga una politica dei tassi di cambio così rigida per l’euro. la risposta è che siamo in un momento (quasi un quarantennio, oramai) di politiche economiche neoliberali che guardano il dito e non la luna: combattono l’inflazione senza chiedersi il perché ci sia, stessa cosa per il deficit di bilancio e per il debito pubblico. cose che di per sé non sono un male, ma che in certi momenti – come questo – sono il male minore. è una lotta molto più ideologica di quanto sembri, secondo me.

      • Ho capito, ma forse volevi dire: “stessa cosa per il deficit di bilancio e per il debito pubblico. cose che di per sé SONO un male”, altrimenti non si spiega il resto della frase.

      • si, giusto, piccola disattenzione nella scrittura. comunque, anche se debito e deficit non sono certo un bene per l’economia, sono sicuramente utili e per nulla da demonizzare, come si fa troppo spesso nel mainstream dell’economia moderna.

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