Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è fiducioso nella strada intrapresa dal governo, dicendosi convinto “di aver preso la strada giusta” e ritenendo che questa possa essere portata a compimento. Lo stesso ministro ha dichiarato che entro fine anno, il governo intende arrivare all’approvazione dell’ormai famoso contratto a tutele crescenti.

Proprio in merito a questo tipo di contratto, Poletti afferma che “è il primo obiettivo che vogliamo portare in porto per fine anno, per fare in modo che a gennaio le imprese e i lavoratori possano utilizzare le scelte che abbiamo fatto nella legge di Stabilità di riduzione del costo in modo che la percentuale di contratti a tempo indeterminato cresca in maniera importante. Oggi sui nuovi avviamenti valgono il 15% ed è un numero troppo basso; noi vogliamo che i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti aumentino percentualmente e quindi lo faremo sicuramente per inizio d’anno”. La convinzione che guida il governo, spiega il ministro, è che queste scelte rendano il lavoro “più stabile, meno precario, meno costoso” e aiutino “le imprese ad avere più certezze, che è la condizione perché facciano investimenti e promuovano lo sviluppo”.

Per quanto riguarda le critiche, Poletti afferma che “oggi c’è una situazione oggettivamente difficile, di tensione sociale e di problematiche perché veniamo da sette anni di crisi. Ma il problema è di dare una risposta a queste tensioni, risolvere i problemi. Oggi siamo in questa situazione anche perché le decisioni non si sono prese e i problemi non si sono affrontati. L’Italia deve puntare a promuovere delle opportunità ed è quello che stiamo facendo”. Sulle divisioni interne al PD, Debora Serracchiani -vice segretario del partito- afferma che queste sono in gran parte superate, anche dal punto di vista del Jobs act, poiché “chi ritiene che il testo non sia ottimale è una minoranza”, seppur aspre critiche sono pervenute in merito a questa mediazione, definita una “presa in giro” da Maurizio Landini, sindacalista italiano segretario generale della FIOM. Cesare Damiano, ex ministro e parlamentare PD, ha definito -dopo aver premesso che “Landini ha il diritto di dire quel che vuole”– le parole del sindacalista “inappropriate”.

Il conflitto che prende vita con le organizzazioni sindacali, inoltre, è oggetto di riflessioni anche di altri esponenti della maggioranza. Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, afferma che ha rispetto per “chi protesta in queste ore, per chi ha opinioni diverse. Dobbiamo –aggiunge– lavorare ad un nuovo rapporto tra politica e soggetti sociali dopodiché il parlamento decide”. Bisogna lavorare, dunque, per “un nuovo rapporto tra politica e soggetti sociali“. Il responsabile economico del PD Filippo Taddei ritiene che il clima ricco di tensioni che si respira in Italia non sia sufficiente per fare passi indietro, poiché spiega come l’attuale classe politica non si lascia spaventare “dal pagare quello che può apparire un piccolo prezzo di consenso nel breve periodo, per realizzare il cambiamento”. Taddei specifica anche che le riforme del governo, non sono “solo veloci, ma hanno il capitale politico del consenso”. 

Anche Matteo Orfini, presidente del PD, si schiera a favore dell’accordo, definendolo “un punto di equilibrio positivo che finirà con estendere tutele e diritti a una parte del mondo del lavoro che oggi non le ha. Dentro il testo della legge delega ci sono tante misure che sono quelle che in questi anni ci ha sollecitato il sindacato”. Il presidente rivede nel testo “molte cose positive per i lavoratori. C’è il disboscamento dei contratti precari, che era una delle priorità indicata dalla Cgil e che abbiamo rafforzato nell’ultimo accordo di due giorni fa. C’è un investimento molto forte sulla detassazione dei contratti a tempo indeterminato per far sì che il lavoro stabile costi meno e sia più conveniente di quello precario. Ci sono più risorse per gli ammortizzatori sociali, ci sono i primi investimenti importati per sconfiggere il precariato della Pubblica amministrazione e un miliardo per i precari della scuola”.

Più critico sul jobs act, invece, L’ex segretario del PD Pier Luigi Bersani, per cui non era necessario “dopo due anni rimettere in mezzo l’articolo 18″; piuttosto, per spingere il lavoro sarebbe stato meglio “rilanciare la produttività come in Germania” e definendo le attuali manovre politiche come tentativi “di mettere delle pezze, ma tant’è”. Per quanto concerne il rapporto tra governo e sindacati, Bersani ritiene che “una sinistra di governo deve essere anche liberale”, ma -con il governo Renzi- ci si trova di fronte ad una sinistra che “non riceve i sindacati, ma gli imprenditori e i vertici degli ordini”. Alla luce di ciò, Bersani aggiunge come “in questo  Paese per lavorare non bisogna essere per forza iscritti ad un sindacato, ma a un ordine”.

Morena Grasso