Victor Hugo nel 1875.
Victor Hugo nel 1875 – fotografia di Walery.

Domani, all’alba, all’ora in cui la campagna imbianca,
Partirò. Vedi, so che tu mi attendi.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
(…)
Non guarderò né l’oro della sera che scende
Né le vele, lontane, discendenti verso Harfleur,
E quando arriverò, metterò sulla tua tomba
Un mazzo di agrifoglio verde e di erica in fiore.”

(Domani all’alba da «Les Contemplations»)

Il ricongiungimento con le persone amate al di là della morte si snoda in un viaggio connotato dalla luce, alba e tramonto, né visti né vissuti ma conosciuti, interiori, colti nell’essenza; il nero notturno che cade è il margine illusorio del quotidiano, ed il canto luminoso riprende, ininterrotto, nell’oro, oltre l’orizzonte, dove vele sconosciute giungeranno ad un porto sicuro, rimembrate nell’agrifoglio, verde e rossa pianta della nascita, e nell’erica, immagine della natura: Victor Hugo (Besançon, 1802 – Parigi, 1885)[1] cesella icasticamente il canto del pellegrinaggio verso la tomba della figlia Léopoldine, morta neppure ventenne, che diviene emblema del transito dell’uomo attraverso il mondo, il cammino della vita; ai margini dell’Infinito, nelle «Contemplazioni», raccolta poetica del 1856, in un paesaggio attraversato da spiriti ed angeli, la consapevolezza diviene certezza della speranza eterna, che intesse un dialogo incessante tra l’immanente e il divino.

Poeta, uomo politico, drammaturgo e scrittore, Hugo si dedica alla letteratura giovanissimo, abbandonando gli studi tecnici cui la famiglia lo aveva indirizzato; pubblica le prime raccolte di poesie, «Odi e poesie diverse» e «Odi e ballate». È notato dal re Luigi XVIII, che gli assegna una rendita annua di mille franchi; nel 1822 sposa l’amica d’infanzia Adèle Foucher, da cui avrà cinque figli. Scrive alcuni drammi, tra cui «Cromwell» e «Hernani» nel 1830; in occasione di quest’ultimo si sviluppa la diatriba tra i fautori del classicismo e quelli, di cui Hugo è il capofila, del Romanticismo, nota come “la battaglia dell’Hernani”, che vede in campo i maggiori autori dell’epoca, come Théophile Gautier.

Hugo inizia a scrivere le sue opere più note, come il romanzo «Notre-Dame de Paris» (1831), ambientato nel XV secolo, alla fine del Medioevo che ricostruisce con carisma poliedrico, più votato al coinvolgimento del lettore che all’esattezza storica, ed una prosa ricca, instancabile, inesauribile, potente e in grado di scivolare su tutti gli accordi dei diversi generi letterari in impressionanti affreschi d’insieme, in cui il popolo spesso diviene protagonista, latore di un messaggio e animato da una vita che scorrono nel sottofondo della trama principale ma che non ne sono subalterni. Il poeta, che giovanissimo aveva scritto di voler essere “Chateaubriand o niente”, abbandona nella prosa quello stile misurato, piano, semplice e solenne che continua, invece a riservare alla poesia.

Nominato Pari di Francia dal re Luigi Filippo d’Orléans, cade in disgrazia durante il regno di Napoleone III, ed è costretto a riparare nell’isola inglese di Guernesey, nella Manica.
Nel frattempo, si è diviso dalla moglie, accompagnandosi all’attrice Juliette Drouet, che gli sarà accanto per tutta la vita.

Nel 1856, in esilio, scrive il suo capolavoro poetico, le «Contemplazioni», in cui la natura è lo specchio dell’amore, di momenti ridenti, lievi e intrisi di gioia, di cui disegna un ritratto quasi impressionista, per immagini e quadri singoli e sereni; la raccolta è, peraltro, il canto dell’infanzia sino a divenire canto della compassione per l’umanità diseredata. Centrale, la figura della figlia così come il suo ricordo; vita, morte, infinito si rincorrono e si rispondono in interrogazioni che echeggiano nel profondo. Infine, al termine del viaggio interiore, il peta trova le certezza eterne della vita e dell’eternità; dell’abbandono in Dio.

Nel 1862 termina il romanzo «I miserabili», al contempo canto corale e ricerca personale di riscatto in una società di cui denuncia aspramente i limiti, nella costante repressione dei deboli – dei “miserabili” – veri dannati in vita, emarginati per la povertà e marchiati con l’insegna dell’infamia. Dalla trama intricata che, spesso, cede il passo al quadro storico imponente, l’opera, dalla struttura tormentata e dai toni enfatici, si apre con la descrizione della vita del vescovo di Digne, Bienvenu Myriel, non semplice personaggio ma chiave di lettura; risposta ed emblema della vera carità ed umanità che, sola può opporsi all’arida struttura sociale, vivificandola, sanandola, quasi santificandola.

Rientrato in patria nel 1870, acclamato dal popolo, nel 1883 perde Juliette Drouet e muore nel 1885, ad ottantatré anni. La sua salma è vegliata da dodici poeti.

Nel 1871, Arthur Rimbaud scrive, nella sua «Lettera del veggente»: “I Miserabili sono un vero poema.[2]

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Note:

1) Nome completo Victor–Marie Hugo.

2) Cfr. http://www.deslettres.fr/lettre-darthur-rimbaud-a-paul-demeny-dite-lettre-du-voyant-je-est-un-autre/

Davide Gorga