Quella de Il Giornale nuovo è una delle più importanti pagine della storia del giornalismo italiano. Fondato nel 1974 da Indro Montanelli, Il Giornale si mantenne sempre fedele alla sua vocazione di “stecca fuori dal coro”. In un’Italia ancora ostaggio dell’egemonia culturale di gramsciana memoria, Montanelli non fondò solo un giornale ma una comunità d’opinione. Per questo uno degli strumenti più interessanti per lo studio di questa – per certi aspetti incredibile – avventura editoriale è senza dubbio la corrispondenza con i lettori. Un’antologia di quest’ultima è raccolta in due volumi: Caro direttore e Caro lettore per il Giornale (complessivamente per gli anni che vanno dal 1974 al 1981).

In questo articolo mi riferisco soprattutto a Caro lettore (edizione Rizzoli, 2003). Già nella premessa, Montanelli dava ragione dell’importanza da lui attribuita ai lettori. Perché perdere tanto tempo con quelle lettere piene di domande, di richieste di chiarimento, quando non di proteste? Alcuni gliene facevano un rimprovero ma per il Direttore quelle lettere avevano il merito di tenerlo “agganciato ai problemi che interessano la gente”, e che quindi meritavano anche la sua attenzione. Inoltre esse gli offrivano sempre “nuovi pretesti e spunti” per chiarire le sue posizioni sui problemi del presente come su quelli del passato, obbligandolo ad un linguaggio colloquiale. Scriveva Montanelli: “Se abbiamo raggiunto qualche risultato nella formazione dell’opinione pubblica, specie negli anni in cui essa era più disorientata, credo che lo si debba soprattutto a queste lettere, cioè alla collaborazione dei lettori”.

Non stupisce quindi che questi ultimi fossero soliti utilizzare espressioni quali il Nostro Giornale. E che la sua redazione fosse effettivamente in grado di orientare l’opinione pubblica, fu clamorosamente evidente nelle elezioni del 1979 che videro un netto calo di consenso del Pci. Quelli del Giornale non solo recitarono un ruolo importante nel risultato definitivo, ma con grande acume politico lo previdero. E tutto questo, non dimentichiamolo, negli anni di piombo. Montanelli pagò in prima persona con la gambizzazione del 1977 e col marchio d’infamia – che lo avrebbe accompagnato per quasi tutta la sua carriera – di “fascista”. Proprio lui che dal fascismo era stato imprigionato e condannato a morte, a differenza di tanti resistenti virtuali. La medesima etichetta veniva immancabilmente affibbiata anche ai suoi ostinati lettori. Sono gli anni dove tutto quello che non gravitava intorno al Pci non esisteva o veniva ghettizzato come “reazionario”. Da qui la sistematica estromissione del Giornale dalle rassegne stampa e in generale dai programmi Rai.

In Caro lettore si trovano quindi discusse le questioni più scottanti di quel periodo: il terrorismo, il sequestro Moro, il compromesso storico, l’ascesa di Bettino Craxi nel Psi. Anche nelle risposte, quello di Montanelli resta uno stile polemico ma sempre civile e mai volgare. Era un giornalismo “galantuomo”, pronto a battersi fino alla morte per le proprie idee ma anche a togliersi il cappello di fronte all’avversario che lo meritava. Basti pensare alla polemica furibonda con Ugo la Malfa a causa del suo sostegno alle politiche di avvicinamento tra Dc e Pci. Nonostante tutto, Montanelli continuava a manifestare la stima personale per l’uomo. Così come il Direttore del Giornale non sentì mai il bisogno di screditare il segretario del più grande Partito comunista europeo, Enrico Berlinguer. Montanelli conosceva troppo bene il comunismo per farsi lusingare dalle buone intenzioni dei suoi dirigenti italiani. Per quanto potessero essere sincere, il resto del partito era ancora strettamente legato a Mosca e non avrebbe esitato a far saltare i vertici una volta arrivati al governo.

Anche sul piano culturale la corrispondenza con i lettori offre molti spunti di riflessione. Spesso i lettori chiedevano informazioni sulla vita e sulle opere di Giovannino Guareschi, il fondatore di Candido che aveva dato un contributo fondamentale nelle elezioni del ’48. Contributo ripagato dalla Dc, la cui ingrata ostilità fu sperimentata anche da Montanelli, con i 409 giorni di carcere duro inflitti al giornalista umorista in seguito al contrasto con De Gasperi. Molto interessanti anche gli scambi epistolari col quasi centenario Giuseppe Prezzolini, dal quale Montanelli aveva imparato – tra le altre cose – che anche un uomo ha il diritto di piangere: ma unicamente quando è in camera sua, da solo e al buio. Nel giornalista toscano era forte il rifiuto di ogni tipo di esibizionismo, un sentimento che fece valere anche alle prime avvisaglie della questione omosessuale. “Questi volumi – concludeva Montanellisono in fondo la summa del Giornale, il riassunto e il breviario di un libero pensiero, cioè di un pensiero libero da ogni condizionamento, che dovrebbero far riflettere gl’intellettuali”.

 Ettore Barra