Quando, pochi giorni prima del Natale 1997, uscì nelle sale italiane La vita è bella, nessuno poteva neppure lontanamente immaginare quale regalo avesse confezionato il genio di Roberto Benigni alla cinematografia mondiale. Dopo aver diretto sei film, tutti più o meno contraddistinti da toni leggeri, ed essersi affermato principalmente nel ruolo di comico nel piccolo schermo, la sua settima opera è senza dubbio un’esperienza totalmente nuova nella sua carriera lavorativa.

Benigni racconta con estrema lucidità il periodo della seconda guerra mondiale visto dagli occhi degli ebrei. Sullo sfondo della vicenda amorosa tra Guido e Dora, si nota un crescendo di momenti drammatici che porteranno il protagonista a perdere la vita. Ad una prima parte dove predominano i colori vivaci, si alterna una seconda in cui le immagini si fanno via via più cupe, riflettendo perfettamente il momento storico. L’artista toscano riesce a destreggiarsi perfettamente tra la comicità e la tragedia più cruda senza perdere mai il suo tocco poetico che rende quest’opera incantevole come poche altre.

Il momento di massima poesia viene raccolto dal commovente addio tra Guido e suo figlio Giosuè. Il personaggio interpretato da Benigni, tra sacrifici immani, riesce a mantenere inalterata l’ingenuità del proprio bambino, vestendo gli orrori della guerra con gli abiti di un semplice gioco a premi. Un uomo che sa di andare incontro alla morte ma lo fa con passo da marionetta e sorriso sul volto, un uomo che non perde mai la certezza di essere un padre e, come tale, colui che deve difendere la propria famiglia dalle intemperie.

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La pellicola riuscì a guadagnare solamente nel nostro paese più di trentuno milioni di euro, dove tutt’ora è al quinto posto delle produzioni col maggior incasso. Subito dietro ai due colossi di James Cameron e, triste ma vero, ai due film di Checco Zalone. La vita è bella detiene tutt’ora il dato d’ascolto più alto per un film trasmesso dalla televisione italiana ed è riuscita a fare incetta di premi sia tra le mura casalinghe che all’estero.

Il seguito che quest’opera sortì, appunto, non si limito alla sola Italia. Il film, ben presto, venne distribuito in tutto il mondo dove riscosse un successo planetario. In America giunse nel settembre 1998, in versione sottotitolata, e poté concorrere alla cerimonia degli Oscar del successivo marzo. Curioso come, sempre negli Stati Uniti, giunse anche una versione doppiata del film ma si rivelò un enorme fallimento. La critica si schierò apertamente in favore di Benigni e gridò al capolavoro.

Dopo nove David di Donatello, cinque Nastri d’argento, quattro Globo d’oro, il Gran Prix Speciale della Giuria di Cannes, un Premio César ed una lista di riconoscimenti notevole, non mancano le nomination alle statuette più preziose del cinema mondiale. Sono ben sette le candidature ricevute, quasi tutte di prima fascia, e tre le categorie conquistate. La vita è bella viene premiata per la migliore colonna sonora ad opera di Nicola Piovani, per il migliore attore protonista e per il miglior film straniero.

Steven Spielberg nega a Benigni la gioia della miglior regia che si aggiudica grazie al titolo Salvate il soldato Ryan. “Il piccolo diavolo” si vendica strappando la statuetta di migliore attore proprio dalle mani di Tom Hanks, protagonista del film spielbergiano. Quella serata indimenticabile è passata alla storia anche grazie alla proclamazione di Sofia Loren che, con un entusiasmo commovente, scandisce il nome del regista italiano.

Roberto Benigni è riuscito a dimostrare a tutto il mondo che il cinema non è solamente un marchio di fabbrica statunitense. L’Italia, dopo i fausti del periodo post bellico, è stata sicuramente surclassata dalle mega produzioni americane ma non è certo morta. Benigni ha dimostrato che non servono solamente i soldi per realizzare una grande opera, il budget fu di appena 15 miliardi delle vecchie lire, ma anche e soprattutto il talento. Benigni ha palesato che la vita è bella ma la sua pellicola è stupenda.

Luca Cerbone