La Caritas ha, da pochi giorni, rilanciato l’allarme sulla diffusione virale della povertà in Italia. Un Ebola sociale che, col passare del tempo, sta cambiando la morfologia sociologica del nostro Paese: sono, ormai, gli Italiani la quota preponderante di indigenti assistiti dalla Caritas. Questa repentina mutazione economica e antropologica ha prodotto una divisione di classe sull’esempio delle comunità dell’Africa: da un lato, una fascia di ricchi e benestanti e, dall’altro, una suburra di impoveriti, segnando un profondo solco tra chi ha e chi non ha.

Purtroppo, di norma, al massimo della crisi corrisponde il massimo dell’ottusità politica ed è sempre più frequente che la differenza tra le finzioni della politica e la realtà dei problemi oltrepassi la soglia della decenza e tollerabilità. Al riguardo, la storia insegna che la fine di qualsiasi vecchio sistema non avviene per consunzione interna, ma a causa di un trauma esterno.

In Unione Sovietica nel 1984, ossia nel momento di massima crisi del sistema, divenne segretario generale del Partito Constantin Cernenko, così malato da non essere nemmeno in grado di firmare e rapidamente stroncato da uno di quei celebri raffreddori che tanto fanno discutere i cremlinologi. Lo sdegno per l’elezione di Cernenko fu tale che il suo successore fu Gorbaciov, propugnatore dei processi di riforma legati alla perestrojka e alla glasnost’ e protagonista della catena di eventi, che portarono alla dissoluzione dell’URSS e alla riunificazione della Germania.

Nel bunker di Hitler, tanto per proseguire su questa linea, pare si tenessero splendide serate danzanti, mentre l’artiglieria dei russi martellava a pochi chilometri dal centro di Berlino. Dalle macerie di quel bunker sorgerà la grande Germania, che tutto oggi conosciamo. Maria Antonietta diceva che al popolo affamato bisognava dare brioches e anche per questo fu prima rinchiusa alla Concergerie e poi decapitata alla Concorde. La sua morte segnò la fine dell’ancien regime.

Tornando ai tempi nostri, la crisi, acuita da una politica cieca come un pesce di fondale sta lentamente generando delle spinte dal basso per contrastare le gerontocrazie locali. La vicenda delle rivolte anti Tasi a Sant’Antimo e’ illuminante al riguardo.

Lo storico Tacito aveva ragione da vendere quando affermava che “le leggi sono moltissime quando lo Stato è corrottissimo” e, infatti, gli Italiani sono alle prese con l’Imposta Comunale Unica (IUC), una tassa che ne contiene e ne ingloba altre tre – IMU, TASI e TARI –, destinate a finanziare e sostenere servizi diversi e non comparabili. E fin qui siamo nell’ambito dello Stato centralista. Ma non tutti gli Italiani sono vessati allo stesso modo, in alcuni Comuni le cose vanno peggio che altrove. Infatti, nel mazzo da ardere ci sono pure gli enti locali, i finti soggetti di prossimità, che fanno la gara a metterci del loro. E a Sant’Antimo la Tari è arrivata col carico da 90 a causa dell’improvvida scelta di aderire nel 2012 al consorzio CITE con la stipula, per la gestione del servizio di igiene urbana, di un contratto di ben 7 anni alla cifra di 6.8 milioni di euro all’anno. E mentre nel 2013 c’erano stati degli aumenti, ma tamponati dalla possibilità di ricorrera ai criteri della Tarsu anziché al regime Tares, nel 2014 con l’instituzione della Tari il problema si è presentato in tutta la sua gravità con famiglie che si sono viste recapitare bollette con importi maggiorati anche del 40%.

La protesta dei cittadini santantimesi non è solo contro la salatissima Tari, ma va inquadrata nell’ottica di una reazione nei confronti dell’indifferenza ottusa della politica locale e della sua incapacità di condurre fuori dal guado una comunità risucchiata dall’inerzia e dall’attesa di un miracolo che non c’è e che non ci sarà.

L’intricato sistema locale di potere ha, per anni, operato perseguendo il suo obiettivo principale: fare un deserto e chiamarlo pace. Si è ritenuto che il miglior modo di governare fosse quello di inghiottire ogni forma di pensiero politico, circondandolo di pece, consumandolo a fuoco lento e mortificandone le fiamme avvolgendole in una cappa di ascolto, di silenzio e di consenso.

Tuttavia, da qualche giorno si intravvede il segno flebile di qualcosa di diverso, il vagito di una Sant’Antimo che, come i Prigioni di Michelangelo, prova a liberarsi dal crudele vincolo della materia. Il distacco, ormai unanimamente riconosciuto, tra crescita economica e benessere, ha permesso ai cittadini di fare quadrato contro scelte economiche e territoriali non più riconosciute come portatrici di benessere. Si sta prendendo consapevolezza del fatto che una comunità è una chance, un progetto degli abitanti di un luogo, che appartiene a chi se ne prende cura e che, quindi, non si partecipa solo per ascoltare da altri cosa intendano fare, ma si partecipa per produrre direttamente il proprio ambiente di vita e di relazione.

La sensazione è che siano state sufficienti un paio di manifestazioni ben concepite per generare l’attacco di panico in una politica abituata agli strapuntini, alle comodità e alle pennichelle ronfanti. Panico che ha trovato conferma nella gran confusione generatasi sull’orario di convocazione del Consiglio Comunale straordinario sulla Tari, definitivamente convocato per le 16:30 di mercoledì 19 novembre.

C’è grande attesa per le decisioni che verranno adottate dai rappresentanti del popolo. Mentre per la maggioranza consiliare i cittadini si augurano che valga il detto hegeliano che la nottola di Minerva spicca il volo sul far del crepuscolo, un punto chiave è comprendere cosa intende fare l’opposizione in Consiglio Comunale: se fare la cosiddetta opposizione di Sua Maestà – pacifica, costruttiva e lautamente British – o se cogliere l’occasione di un’azione sismica da catalizzare prima che i poteri locali trovino nuove occasioni di ristrutturazione e consolidamento. E adesso, per dirla alla Vasco, vediamo cosa succede in città e quel che accadrà in Consiglio Comunale.

Domenico Cacciapuoti