L’ottimismo renziano sta colpendo in maniera irreparabile gli italiani e nessuno sembra più ricordare la grave situazione economica in cui versiamo, al punto che scioperi e disordini sociali sembrano causati dai soliti ed ideali dissapori del sindacato sul Jobs Act e la conseguente abolizione dell’articolo 18 (vedi) più che da una crisi galoppante che ha colpito tutti. Tutti sanno che la depressione economica è iniziata nel 2008 a causa del fallimento di “Lehman Brothers”, dei prestiti subprime non restituiti e il crollo della bolla speculativa edilizia americana, combinati con i massicci dubbi sollevati sulla solvibilità dei bonds (pacchetti di diverse obbligazioni). Gli ultimi studi economici hanno espresso anche altri fattori scatenanti: gli alti prezzi delle materie prime (petrolio su tutti); una crisi alimentare mondiale, un’elevata inflazione globale; una polarizzazione della ricchezza peggiore anche di quella che portò alla bolla speculativa del ’29 (vedi qui). L’insieme di questi fenomeni ha portato gli economisti a parlare di “Grande depressione”, una crisi ben peggiore degli Anni Trenta, che ha causato maggiori investimenti degli istituti di credito in finanza speculativa (minori rischi). Come se ciò non bastasse, gli investitori finanziari erano completamente sfiduciati perché vedevano diminuire il valore dei bilanci delle aziende in cui avevano esborsato capitali a causa delle svalutazioni azionarie o, peggio ancora, avevano perso tutto a causa dei numerosi fallimenti di imprese quotate.

Cari lettori, benvenuti a questo nuovo appuntamento con la rubrica di approfondimento economico “The economist corner”. Oggi tratteremo della crisi: un argomento che molti sembrano aver dimenticato. Esclusa la certezza della depressione bancaria, molti economisti hanno opinioni diverse e sarebbe presuntuoso darne un giudizio definitivo, quindi mi sono limitato ad esporre le principali cause e tratterò nel seguito i motivi che ci costringono ancora in una situazione complicata.

La parola “crisi” deriva dal greco e significa “cambiamento”: infatti chiunque capirebbe che il sistema esposto prima era da cambiare visto che il mercato dei bonds (611.000 miliardi di dollari) vale circa 8 volte il pil mondiale (74.000 miliardi), infatti le banche di tutto il mondo si sono adeguate perché prima avevano molte obbligazioni nei loro bilanci ed oggi ne hanno di più; nel 2008 investivano sempre più in finanza speculativa a discapito del credito ed oggi è ancora così. “Se questi sono istituti di credito”, direbbe qualcuno…

È importante capire perché assumono questo comportamento e, per farlo, è opportuno essere scevri da qualunque teoria del complotto bancario e ragionare ricordando che le banche sono imprese e questo implica che non operano perché mosse da spirito di compassione o beneficenza bensì per avere un profitto. In base a recenti calcoli i bonds sono insolventi solo nel 6% dei casi, mentre nel primo semestre 2014 in Italia sono fallite 63 imprese ogni giorno lavorativo: in virtù di questi dati, tu dove investiresti? Urgerebbero politiche bancarie nazionali o internazionali che vadano in direzione opposta, ma è difficile imporre al settore bancario di erogare credito dopo aver creato un mercato ultra-liberista in cui le regole dominanti sono l’efficienza ed il profitto, non di certo la morale o l’aiuto ai più deboli.

È fondamentale sottolineare cosa fanno anche le nostre imprese rispetto al passato, ossia nulla. Il sistema di imprese italiano è costituito da imprese medio-piccole, che sarebbero piccole e piccolissime nei Paesi anglosassoni, le quali investono poco in innovazione e pubblicità per ignoranza o per modeste dimensioni. Steve Jobs è una persona che non stimo moltissimo, ma disse una frase emblematica “Investire in pubblicità in periodi di crisi è come comprare un paia d’ali mentre tutti cadono giù a picco”: questa frase non deve essere piaciuta in Italia. Due settimane fa presso la sede di Monte Sant’Angelo della Federico II si è tenuto un seminario su web marketing e sul futuro monopolio dello shopping online nel mondo, e c’era un grandissimo manager italiano che ha mostrato eccellenti campagne pubblicitarie digitali. Nel frattempo i curatori di questo giornale, con un bacino di utenza costantemente sopra le 70.000 unità mensili, facevano fatica a spiegare all’80% degli imprenditori l’utilità di essere nostri sponsor e molti dichiaravano addirittura di non sapere utilizzare internet. Inoltre, l’Italia è il Paese che investe meno in innovazione fra le grandi nazioni europee ed ha la produttività del lavoro di 32 euro ogni ora (quartultimi).

Notate la distonia? I nostri imprenditori utilizzano i lumi e il resto del mondo va a led.

Ferdinando Paciolla