Colpo di scena nel maxi-processo Eternit. Il procuratore generale di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, ha chiesto l’annullamento senza rinvio di tutte le condanne per prescrizione, facendo cadere le pene per i reati contestati all’unico imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, condannato il 3 giugno 2013 a 18 anni di reclusione dalla Corte d’appello di Torino.
Piegare il diritto alla giustizia, può fare giustizia oggi ma creare in futuro mille ingiustizie. Gli inglesi dicono che casi difficili creano brutte leggi. Può capitare che diritto e giustizia vadano in direzioni contrapposte, i giudici non hanno alternativa, devono seguire il diritto” ha dichiarato Iacoviello, rappresentante della pubblica accusa, durante la requisitoria. I familiari delle vittime, radunate nell’Aula Magna di piazza Cavour e presenti anche davanti al tribunale, hanno reagito alla notizia con rammarico. “Lo Stato non deve lasciarci soli, intanto noi continuiamo a sperare di ottenere giustizia fino in fondo“, ha dichiarato al Corriere della Sera Bruno Pesce, il coordinatore dell’Associazione dei familiari di vittime dell’amianto.

La vicenda giudiziaria Eternit, che solo adesso si sta avviando alla definitiva conclusione, si è aperta dieci anni fa, quando la procura della Repubblica di Torino ha aperto un’inchiesta sulle morti di mesotelioma (tumore alla pleura) che hanno sterminato gli operai della fabbrica Eternit di Cavagnolo (Torino), una delle quattro fabbriche italiane in cui si produceva un materiale per costruzioni, l’Eternit appunto, usato principalmente come isolante nell’edilizia e composto in larga parte da amianto, le cui fibre sono altamente tossiche per l’organismo umano.
Le indagini hanno presto svelato migliaia di morti causate dalle polveri di amianto non solo tra i lavoratori, ma anche tra i cittadini che abitano nei dintorni dello stabilimento e che sono entrati in contatto con le polveri diffuse all’esterno, e dalle inchieste è risultato che i massimi vertici di Eternit erano a conoscenza almeno dagli anni ’70 dell’estrema pericolosità dell’amianto, ma, secondo l’accusa, avrebbero deciso comunque di proseguire con le lavorazioni nocive.
Questo ha portato nel 2009 all’inizio del processo in cui sono stati rinviati a giudizio il nobile belga Louis de Cartier e l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny con l’accusa di disastro doloso ambientale permanente causato dall’amianto dentro e fuori dagli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Rubiera dell’Emilia e Bagnoli.
Il processo ha rappresentato un precedente storico, in quanto per la prima volta sono stati incriminati anche i proprietari di un’ azienda e non soltanto i massimi dirigenti, ed ha portato alla condanna in primo grado a 16 anni di reclusione per entrambi gli imputati,  sentenza confermata con aumento della pena a 18 anni in secondo grado solo per Schmidheiny in quanto Louis de Cartier è deceduto poco prima della sentenza. Il verdetto finale sulla vicenda della Corte di cassazione è atteso per la prossima settimana.

Giacomo Sannino