Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato […]. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua cella. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualcosa che non si nutriva soltanto di miglio..

 La capinera in questione è la diciannovenne Maria, costretta a prendere i voti per non pesare economicamente sulla famiglia. Siamo nella Sicilia rurale del XIX secolo, e una donna non ha molta possibilità di scelta riguardo al suo futuro.

Spedita in un convento di Catania fin da bambina, Maria sembra arresa alla sua condizione, ma tutto cambia quando in città scoppia un’epidemia di colera, e lei è costretta a trasferirsi temporaneamente nella casa paterna a Monte Ilice. È qui che Maria conosce la nuova famiglia del padre, il quale a sua volta si era risposato dopo la morte della prima moglie, e aveva avuto altri due figli: Giuditta e Gigi.

Nonostante vi sia un clima piuttosto teso in casa, a causa della freddezza con cui Maria viene inizialmente accolta dai suoi familiari, la ragazza non sembra badarci troppo; l’importante è essersi allontanata dal convento. Monte Ilice è una boccata d’aria fresca rispetto alla rigida educazione delle suore, e Maria decide di rendere parte della sua contentezza l’amica Marianna, conosciuta in convento, e anche lei in fuga dal colera.

Le due intratterranno un fitto scambio epistolare attraverso cui Maria racconterà quel turbamento che solo il primo amore può provocare. Il colpevole di tale sconvolgimento emotivo è Antonio Valentini, da tutti detto Nino. Figlio dei vicini della famiglia di Maria, ha perciò libero accesso nella sua casa e, come la sorella Annetta, è sempre benvoluto anche dai  suoi fratellastri.

Ma Maria è cresciuta tra rosari e Alleluia, non capisce granché di amore, tanto è vero che scambia questo strano sentimento per una malattia che provoca malinconia e inquietudine.  E, quando finalmente riesce a chiamare le cose col proprio nome, entra in un profondo stato di crisi esistenziale, perché per la prima volta nella sua vita prende effettivamente atto della sua mancata vocazione.

Non vuole farsi suora di clausura e aspettare la morte in una celletta in solitudine; il solo pensiero di dover tornare in convento le toglie il respiro. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire, e accanto all’amore emerge anche il senso di colpa. Maria si sente una peccatrice infingarda di fronte ai propri doveri, ma tant’è, anche Nino prova i suoi stessi sentimenti..

Giovanni Verga vide pubblicato il suo romanzo epistolare nel 1871, ma la storia della povera capinera colpisce ancora oggi per la brutalità con cui venivano bistrattate le donne in un passato non troppo lontano. Ma è esattamente questa brutalità a rendere il romanzo così vero e quanto mai attuale; pur con le dovute differenze, esistono ancora nel mondo situazioni in cui la volontà personale non è messa in conto.

D’altra parte Storia di una capinera fa parte della corrente letteraria del verismo, il cui principio base è proprio l’ assoluta impersonalità dell’autore. Il testo scritto è come una sorta di fotografia della realtà così com’è. Ed è proprio andando a scavare nella quotidianità  di persone qualunque che diventa possibile scorgere la realtà della vita.

Ma il portare alla luce i drammi del popolino non era una vera denuncia sociale, piuttosto una sorta di smascheramento dei finti valori borghesi, perché, come un novello Hobbes, anche Verga considerava la vita come una continua lotta per la sopravvivenza. E, ancora una volta, l’egoismo e l’interesse economico prevalgono sui rapporti umani.

Il verismo italiano s’ispirò moltissimo al naturalismo francese di Emile Zola e Guy de Maupassant,  anche se non ne assorbì mai tutte le caratteristiche. Basti pensare che Verga tenne per sé l’idea di dover, almeno in parte, inserirsi all’interno dei suoi racconti. E, forte di questa prerogativa, ha composto la bellissima introduzione attraverso cui la triste storia di un uccelletto morto in gabbia diventa metafora della vita da reclusa di Maria e del suo agognato desiderio di libertà.

Roberta Fabozzi