Il quotidiano La Stampa di questa mattina riporta la storia sempre più nota dei lavoratori dei call center. Ragazzi per lo più giovanissimi, in cerca di occupazione per pagarsi gli studi, perdendo talvolta di vista l’opportunità di fare carriera. Categoria già alle prese con mille problemi e in questi giorni anche alle prese con la riforma del governo sul lavoro, il contestatissimo Jobs Act.

La ragazza che si racconta è Tiziana, diplomata nel 1998 come geometra. La giovane dice di aver iniziato a lavorare in un call center 14 anni fa, pensando, come un po’ tutti, che fosse un lavoro di passaggio. Ora si occupa di rispondere e smistare chiamate di cittadini in cerca di aiuto con i problemi legati alle linee telefoniche e, tante volte, il compito di questi giovani diventa quello di uno psicologo o un amico al quale confidare i più intimo dei problemi. “Il nostro lavoro è diventato sempre più stressante, siamo sempre a rischio. Qundici anni fa avevo stimoli, oggi ho paura”, conclude la ragazza.

Il primo traguardo per questi lavoratori fu raggiunto nel 2003 con il contratto a progetto di categoria, che, a breve, diventerà puro ricordo poiché verrà spezzato dal Jobs Act con l’estinzione dei contratti a progetto. Per questo motivo, domani 21 novembre, gli impiegati al telefono di tutta italia scenderanno in piazza della Repubblica a Roma. Questa volta, uniranno le loro voci per chiedere aiuto.
Lo sciopero, voluto dalla SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM UIL è stato indetto per manifestare contro le nuove incertezze, contro la delocalizzazione delle imprese -basti pensare che molti call center che chiamano in Italia lo fanno dall’Albania- e contro gli appalti al ribasso. Per chiedere più chiarezza ed attenzione alle nuove manovre si mobiliteranno ragazzi e aziende da tutt’Italia per la loro “notte bianca”. I problemi sono relativi sia per i lavoratori in-bound sia per quelli out-bound. La differenza? I primi ricevono telefonate dai clienti, i secondi chiamano persone per vendere offerte. Gli out-bound, dice il segretario nazionale SLC CGIL Michele Azzola “sono tutti in appalto. Le aziende cambiano continuamente fornitore a caccia dei prezzi migliori. La conseguenza è una crisi occupazionale fortissima. A drogare il sistema – continua – concorrono gli incentivi pubblici che durano tre anni: i gruppi assumono, prendono i bonus e, quando finiscono, mettono tutti in mobilità. Una stortura che nel corso degli anni ha scatenato una corsa al massimo ribasso. Dopo la scorsa mobilitazione del 4 giugno niente è cambiato. “Il Governo all’inizio aveva accolto le rivendicazioni sindacali e si era detto disposto a trovare una soluzione”, dice Riccardo Saccone, coordinatore nazionale per le Telecomunicazioni di SLC CGIL, “dopodiché ha fatto marcia indietro. Ad oggi il tavolo di crisi è fermo e non viene più convocato”.

È Michele Azzola a rivolgere un appello al presidente del Consiglio e a tutte le forze politiche: “Date una risposta a questi lavoratori, non ammazzate per la seconda volta i loro sogni, non toglietegli l’unico lavoro che questo Paese gli ha offerto, non rimettiamo in mano al nulla, o peggio alla criminalità. Venerdì è l’occasione per dare un segnale chiaro sulla reale volontà di rimettere in moto la macchina del Paese, evitando di dover lasciare a piedi tutti i cittadini”.  Conclude invitando tutti a partecpare alla notte bianca poiché “è un atto dovuto nei confronti della parte migliore del Paese”.

Giuseppe Ianniello