Sono pienamente responsabile quando dico che nei posti di responsabilità ci sono, almeno in gran parte, dei responsabili irresponsabili. Cari lettori, vi accolgo in questo primo appuntamento del mio rinnovato blog -fu rubrica Azione e Reazione– che vuole essere un provocatorio spunto di riflessione.

Viviamo in un Paese nel quale la responsabilità si sa cosa sia, ma non dove stia di casa: ed è così, per esempio, che un ragazzo può entrare sano in Questura, uscirne malconcio e morire senza cure in ospedale. Di quanto gli è accaduto, come sapete, non è responsabile nessuno: sono irresponsabili le forze dell’ordine, sono irresponsabili medici ed infermieri; l’unico responsabile, ça va sans dire, è il morto che non si nutriva come avrebbe dovuto.

Volete un altro esempio, divertente nella sua stucchevolezza? Il rimpallo di responsabilità tra Renzi e Burlando sull’alluvione di Genova. Tra condoni, abusi edilizi, piani regolatori scellerati, cementificazione a tutto spiano e disboscamento mai sanato con un adeguato rimboschimento, le responsabilità di danni e morti sono da ripartire equamente tra Stato ed enti locali almeno dagli anni Venti.

Che dire, poi, degli avvenimenti di San Siro in Italia-Croazia? Il pacchetto Pisanu del 2005, con le successive modifiche ed integrazioni, prevede tra le altre cose il divieto di introdurre negli stadi accendini, fumogeni e petardi, ed affida alle forze dell’ordine la responsabilità del controllo preventivo: ecco dunque altri responsabili, che si affiancano ai tifosi croati.

Altri responsabili dovrebbero rispondere delle pacifiche, ma potenzialmente pericolose, invasioni di campo avvenute a Marassi durante Italia-Albania. Ora, immaginate che al posto della richiesta a Lorik Cana di autografare la bandiera o dei baci ad Amir Abrashi (curioso scherzo della linguistica) ci fossero stati esaltati che avessero voluto far svegliare Lorenzo De Silvestri a suon di calci nel sedere oppure tirare la capigliatura di Antonio Conte per verificare se sia autentica o una parrucca: si solleverebbe una più che giusta polemica. Per fortuna non si trattava di Italia-Jugoslavia a Trieste, ma di un’amichevole di beneficenza.

Dentro e fuori dagli stadi sono molte le responsabilità delle forze dell’ordine: nel libro Febbre a 90′, scritto nel 1992, lo scrittore inglese Nick Hornby denuncia che già il 19 agosto 1980 prima di un Arsenal-Southampton ad Highbury si rischiò il ripetersi della tragedia di Ibrox, avvenuta a Glasgow nel 1971. Riporto integralmente il paragrafo.

Ma il fatto era che credevo nel sistema: sapevo che non sarei potuto morire schiacciato, perché questo non era mai successo alle partite di calcio. La tragedia di Ibrox, be’, quella era stata un’altra cosa, un’insolita combinazione di eventi; e in ogni caso era acaduta in Scozia durante un Celtic-Rangers, una partita particolarmente problematica, come tutti sanno.
No, vedete, in Inghilterra qualcuno, da qualche parte, sapeva quello che stava facendo, e poi c’era questo sistema, che nessuno ci aveva mai spiegato, ma che evitava che si verificassero incidenti di qul tipo. In alcune occasioni poteva sembrare che le autorità, il club o la polizia stessero sfidando un po’ la sorte, ma era solo perché non capivamo bene com’erano organizzate le cose. Nella mischia di Avanell Road, quella sera, alcune persone ridevano, facendo buffe smorfie mentre gli veniva rubata l’aria; ridevano perché erano solo a qualche passo da noncuranti poliziotti e forze dell’ordine a cavallo, e sapevano ch qulla vicinanza era garanzia di sicurezza. Come si poteva morire quando gli aiuti erano così vicini?
Ma nove anni più tardi ripensai a quella sera, il pomeriggio della tragedia di Hillsborough, e pensai anche a tanti altri pomeriggi e sere, quando sembrava che ci fossero troppe persone nello stadio, o che il pubblico fosse mal distribuito. Mi venne in mente che quella sera sarei potuto morire, e che in qualche altra occasione ero stato molto più vicino alla morte di quanto mi piace pensare. Dopo tutto non c’era alcun piano; per tutto quel tempo avevano veramente sfidato la sorte.

Si sfiorò insomma quello che poi accadde all’Heysel di Bruxelles nel 1985, con 39 morti, e all’Hillsborough di Sheffield nel 1989, con 96 vittime. Responsabili irresponsabili ignorarono i segnali di pericolo, finché quasi 140 persone non ci lasciarono la pelle.

Quante persone dovranno ancora morire, in Italia, prima che i responsabili irresponsabili si assumano le proprie responsabilità?

Nel darvi appuntamento al prossimo fatto, vi ricordo che per insulti, complimenti e quant’altro potete scrivere nei commenti sottostanti, oppure all’indirizzo s.moricca@liberopensiero.eu

Simone Moricca