Dopo il grande successo di Vetrine dedicata ad Andy Wahrol (ben 45.000 visite) il Pan si rilancia in gioco prima della fine di quest’anno con una grande mostra dedicata allo street artist Shepard Fairey, altresì noto come Obey,in mostra al Palazzo delle Arti di Napoli dal 6 dicembre 2014 sino al 28 febbraio 2015. Circa 60 opere, provenienti anche da collezioni private, che raccontano l’evoluzione della sua carriera. Se il suo nome non vi dice nulla basterà guardare questa immagine:

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Obey è l’artista che ha curato quella che si è rivelata una vera e propria campagna pubblicitaria per il presidente Barack Obama alla vigilia della sua prima elezione, con un manifesto che ha fatto il giro del mondo traducendo con i colori i messaggi del giovanissimo candidato alla presidenza degli USA nel 2008: Hope, Change, Progress. Un ritratto definito dal critico Peter Schjeldahl la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam”, ma che ha decisamente soppiantato la vecchia figura nell’immaginario americano e che si è inserita a pieno nella cosiddetta politica pop.

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Fairey nasce come street artist, i suoi primi lavori si basavano sull’utilizzo degli stickers, da ricordare i primi del 1989 con il volto del wrestler André the Giant accompagnato dall’imperativo “Obey”, obbedisci, da cui deriva il soprannome usato ancora oggi dall’artista. Obey creò una vera e propria factory, con la creazione di poster per autofinanziarsi e diffondere le sue idee e la sua concezione di urbanistica e del rapporto dei cittadini con essa, basandosi appunto su fenomeni mediatici di successo e impatto. Una scelta che ampliò il suo pubblico, portando la sua arte di strada anche nelle case e nelle collezioni private.

Uno stile personalissimo che riuniva in sé Costruttivismo russo e Pop Art (come non pensare alle serigrafie di Andy Warhol) e che si pone sulla scia di quella evoluzione della street art che da semplice scritta e/o dipinto libero sul muro iniziò, sul finire degli anni Ottanta, ad avvalersi di altri strumenti come i poster, gli stickers, gli stencil, installazioni sempre più complesse. Gli stessi anni in cui la street art iniziò a diffondersi e ad avere una coscienza anche in Italia e che tuttavia non ha ancora oggi trovato una vera e propria regolamentazione, restando sempre ai limiti della legalità e spesso anche severamente ostruita. Ma forse è proprio questo che spinge gli artisti a continuare la loro attività, attraverso un’arte che il più delle volte si pone come denuncia e protesta, propaganda contro gli stereotipi e i meccanismi sociali malfunzionanti, sempre dalla parte dei più deboli o come sostegno verso un progetto, un’idea che possa sembrare rivoluzionaria.

È in quest’ottica che si poneva ad esempio il lavoro del 2008 di Obey dedicato al presidente Obama, benché non ci fosse mai stato un accordo, né scritto né informale, tra l’artista e il candidato, anche se quest’ultimo, successivamente alla sua elezione, ringraziò Fairey per l’aiuto fornito dalle sue immagini.

E mentre nelle mura del palazzo Roccella tra pochi giorni si celebrerà uno dei più grandi street artist americani, le strade e i muri napoletani sono affollatissimi di opere d’arte di italiani e stranieri che restano ai limiti della legge e che molto spesso sono ostacolati, ricercati, denunciati, mentre contemporaneamente si diffondono le notizie e l’interesse verso questa pratica da parte di critici e semplici amatori. Bisognerebbe cercare un momento di riflessione, in un dialogo con le istituzioni, anche se probabilmente sarebbero gli stessi artisti a rifiutarlo, pena la perdita del loro grande potere di denuncia e lotta al degrado urbano, soprattutto quello delle grandi periferie della nostra città. Qualcosa sembra muoversi, basta guardare ai grandi eventi dedicati alla street art in città come Roma, che attira numerosi visitatori, un pubblico che non deve generalmente recarsi in appositi musei per ammirarla, perché basta semplicemente osservare la stazione ferroviaria sotto casa quando si va al lavoro o il grande muro del palazzo di fronte casa propria. Un’arte che appartiene davvero a tutti e che gode del suo essere effimera e caduca, caratteristiche essenziali a cui forse non vorrà mai rinunciare.

 Antonella Pisano