Per fare la rivoluzione, più si è e meglio è. E’ difficile, come è facilmente intuibile, far cadere un dittatore, come in Libia, se contro ci sono pochissimi uomini disposti a lottare. Ma, quello che i capi della rivoluzione dovrebbero augurarsi non è solo di riuscire a cambiare le cose (anzi, questa è la parte più facile dell’impresa); piuttosto dovrebbero sperare, pregare che i loro alleati non cambino idea una volta vinta la guerra.

E’ quello che sta succedendo ora nel Paese nord-africano. I “ladri di Zintan“ ,come vengono chiamati i “traditori”, sono accusati dai fratelli musulmani di Alba Libica, loro ex-alleati nella guerra contro il regime libico, di aver voltato le spalle alla rivoluzione anti-Gheddafi. Hanno lottato insieme per far uscire di scena il defunto dittatore ma, adesso, è guerra aperta tra i due gruppi. Alba Libica sostiene che i “ladri” vengano pagati da Saif, figlio di Gheddafi e loro prigioniero, per preparare la controrivoluzione e la restaurazione del vecchio regime. In controrisposta però, ci sono centinaia di volontari provenienti da tutta la Libia, in alcuni casi facendo anche mille chilometri, che raggiungono la città berbera di Kikla, dove si combatte da almeno un mese. Mollano tutto per la causa in cui credono, per evitare che il passato si ripeti. Tutti fanno tutto: c’è chi cucina, chi fa la guardia, chi medica e, ovviamente, chi combatte.

Ai fratelli musulmani però, non interessa conquistare Kikla, il loro vero obiettivo è un altro: loro, che già hanno il controllo su Tripoli e Misurata, vogliono impossessarsi dei pozzi di gas occidentali e, Kikla appunto, si trova sulla strada che porta ad essi, una sorta di scocciante imprevisto, un passaggio obbligatorio che va archiviato quanto prima. Anche l’immagine che l’estero ha di un paese conta e i militanti dell’Alba lo sanno bene e cercano, attraverso calorosi benvenuti e sorrisi ostentati ai giornalisti stranieri, vogliono mandare un messaggio positivo, un messaggio del tipo “va tutto bene” oppure “la situazione è ben diversa da come l’aspettavate”, come per dire che la pax islamica qui c’è.

Ma non è così, purtroppo: la Libia è uno stato spaccato, con La Cirenaica e la Tripolitania che hanno due governi, due parlamenti e anche due guerre civili diverse, è “Terra di Nessuno” e una soluzione a questa situazione di non-Stato ancora non si vede. E, come al solito, chi paga il prezzo più alto sono i Civili. Come denuncia Amnesty International sono duecento i morti e seicento i feriti nelle ultime due settimane a Kikra. Dati da guerra aperta, insomma, e i libici stanno imparando che la democrazia è un processo doloroso, incostante, che può passare anche attraverso tante e tante altre lotte e battaglie.

Daniele Colantuono