Nell’epoca del presidente-segretario il tempo passa in fretta, le decisioni devono essere prese con la massima velocità, altrimenti si è perduti. Ma per Giuliano Pisapia, espressione di un Partito Democratico abituato a tempi di reazione più lenti, questa necessità di correre non esiste.

Non mi faccio certo dettare l’agenda dalla segreteria nazionale del Pd“, afferma in piena tranquillità il sindaco, secondo cui non è ancora il momento di scegliere se ricandidarsi o meno, così come era stato chiesto invece da Lorenzo Guerini secondo cui invece “il tempo stringe“. Se per Roma la questione Milano è un aspro terreno di scontro tra correnti, che vorrebbero imprimere il proprio marchio sul capoluogo lombardo, per Pisapia è tutto assolutamente tranquillo: “Onoro il mio impegno con i milanesi lavorando giorno e notte per affrontare e risolvere in modo positivo le sfide che attendono la città, e lo sto facendo in un continuo e costruttivo dialogo e confronto con le forze politiche della coalizione, i capigruppo e i consiglieri comunali che mi sostengono“.

E il clima che regna nel PD locale è bene o male lo stesso, segno anche di un certo distacco tra territorio e segreteria nazionale, come testimoniano le parole di Pierfrancesco Majorino: “Con il sindaco il Pd a Milano è correttissimo, ma ai nostri romani dico che non sarà il gioco delle correnti a dirci che cosa fare; abbiamo un candidato fortissimo e si chiama Pisapia“. Ma la sfaldatura tra la linea nazionale e quella territoriale non è affatto una novità per il Partito Democratico, che già in Campania sta fronteggiando una difficile mediazione tra posizioni al momento inconciliabili. Da una parta la linea di Renzi, per cui il partito dovrebbe sganciarsi dalle forze di sinistra che generalmente hanno la base per le alleanze elettorali, in forza di una “vocazione maggioritaria” che impone di guardare oltre l’elettorato “naturale” per allargare la base, anche verso destra, con l’aiuto degli alfaniani, ormai difficilmente assimilabili alla galassia berlusconiana. Dall’altra parte invece, c’è una fetta di partito che non vuole accettare l’idea di una “larga intesa” ad ogni livello, perché l’unica possibilità è quella di una coalizione di sinistra che coinvolga le forze della sinistra e del sindacato, per contrastare il centrodestra.

E queste sistematiche lacerazioni, sono forse il segno di una spaccatura più profonda tra il nuovo corso renziano che, sempre più inviso alle sinistre, non può che individuare nelle “larghe intese” una nuova prospettiva elettorale; e la “vecchia guardia” che non si arrende, che non vuole abbandonarsi alla mutazione genetica che il segretario sembra avere ormai avviato per traghettare verso il “Partito della Nazione”. E a placare i toni la minoranza dem, non ci pensa nemmeno. In un momento in cui il Partito Democratico sembra aver chiuso le porte ai sindacati, preferendo discutere associazioni imprenditoriali, la sinistra del partito non rinuncia al confronto con il nemico numero uno: la Cgil. Secondo una nota diffusa dall’Ansa infatti, una delegazione sindacale avrebbe inutilmente cercato un incontro con Epifani, per poi ricevere una risposta positiva da parte di alcuni deputati PD e Sel. All’incontro prenderanno parte, secondo quanto specificato dal comunicato, Pippo Civati, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina del Pd e Giorgio Airaudo, Ciccio Ferrara, Nicola Fratoianni e Antonio Placido di Sel, il tema di discussioni sono le proposte del sindacato rispetto al Jobs Act. La notizia non potrà che indispettire Renzi, il quale ha più volte chiarito di non voler parlare con chi, a suo dire, “crea sciopero” e non lavoro.

Antonio Sciuto