L’austerity è lo spettro che aleggia su ogni dibattito su crescita, sviluppo e politica economica. Sono anni ormai che si parla di austerità, debito pubblico, spread e indicatori economici più o meno chiari che esprimono tutti lo stesso concetto: si è speso troppo fino ad ora ed è il momento di tirare la cinghia, stringendo al minimo indispensabile la spesa pubblica e lasciando il compito dello sviluppo economico alle forze di mercato.

Quello che in teoria dovrebbe essere una soluzione momentanea ad un problema, l’esplosione dei debiti sovrani in alcuni paesi d’Europa,  è diventata invece un approccio strutturale alla politica economica dei paesi europei, in particolare di quelli maggiormente in difficoltà. Non è una novità sentir parlare di progetti pluriannuali atti a raggiungere il pareggio di bilancio, la riduzione del debito pubblico ed un sistema di conti “in regola” con i parametri europei, ma quali sono questi parametri?

In linea di massima sono parametri abbastanza vecchi, tracciati nel percorso verso la moneta unica ed espressi nel Trattato di Maastricht, del lontano 1992. I principali riguardano il deficit pubblico, che non deve sforare il 3% del PIL, e il debito pubblico, che invece non deve attestarsi oltre il 60% del Prodotto Interno Lordo. Ad essi si è aggiunta l’ulteriore stretta rappresentata dal Fiscal Compact del 2012, che racchiude le “regole d’oro” dell’austerity.

Imporre un tetto così rigido alla spesa pubblica però è controproducente: in periodi di recessione, infatti, i governi avranno minori entrate tributarie e, non potendo spendere in deficit, avranno come unica alternativa il taglio di spesa e servizi pubblici. È la morte dello stato sociale, quello per il quale si sono battute le generazioni passate fino a rendere l’Europa la culla del welfare e della lotta alle ineguaglianze. Può un modello economico e sociale così delineato essere il futuro del Vecchio Continente?

La risposta parte da un secco no all’austerity, alla disperata ricerca del pareggio di bilancio che costringe i governi a lasciarsi alle spalle una scia di disoccupazione, disagio economico e sociale ingiustificabile. La disciplina nei bilanci pubblici è sacrosanta ma non è la risposta giusta alla crisi, semmai è ulteriore benzina sul fuoco che sta mandando in fumo le conquiste sindacali e sociali del ventesimo secolo. Non è tagliando i servizi che si migliora la qualità della vita, né la semplice riduzione delle tasse può essere il metodo di rilancio di un paese, perché ridurre le tasse significa assottigliare ulteriormente le entrate di uno Stato che per ovvi motivi dovrà compensare con tagli ancora più profondi, in un circolo vizioso nel quale restano impantanati sempre e solo i più deboli.

Sanità, pensioni, cassa integrazione: questi sono solo alcuni degli obiettivi che l’austerity punta ad intaccare nella sua spirale di tagli alla spesa pubblica, eseguiti nella convinzione che la riduzione delle tasse sia parte fondamentale di una fantomatica “equazione liberale del benessere”. Il benessere di cui si parla, però, è ristretto al solo destinatario dei vantaggi dell’austerity: il capitale, meno tassato e sempre più libero dalle catene dello Stato sociale.

Simone Esposito