A breve ricorrerà l’evento di celebrazione e dedizione alla memoria per le numerose vittime che negli ultimi hanno hanno fomentato il fenomeno definito mediaticamente “femminicidio”. Nuove leggi sono approdate nel nostro parlamento ma senza comunque scalfire il senso di sradicamento culturale di fondo, per cui molte donne nel nostro paese sono costrette a subire. Violenze psicologiche ingurgitate per colpe di familiari e partner che molto spesso abbiamo letto sfociare in vere e proprie tragedie omicide. Ciononostante, il fenomeno di emancipazione femminile anche in Occidente risulta ancora destabilizzato per provocazione di un atteggiamento maschilista fin troppo chiuso nella possessività della donna oggetto.

A seguito di questi accadimenti sconcertanti, la rubrica Eco&Narciso vi proporrà alcune nozioni ed esperienze rilegate dalla famosa scrittrice spagnola Maria Zambrano, che equilibrò poesia e ricerca della verità, pensiero unitario verso le disuguaglianze sociali tra uomo e donna, risultando un esempio non solo di ribellione ma anche di sforzo coscienzioso nel valorizzare dignitosa umiltà alle teorie passionali, che solo una donna potrebbe conseguire in spirito fruitivo e stile di vita. Questa filosofa, celata dalla storia e nei libri di scuola, fu anche esiliata dal suo paese d’origine, durante l’epoca del totalitarismo di Francisco Franco. Molte sono le sfaccettature di riconoscenza che questa versava nello lo studio minuzioso del bene e della giustizia sociale.

Nonostante la passione per la filosofia e la nomenclatura da filosofa, Maria Zambrano si distaccava dallo stereotipo fornito dai modelli filosofici di ricercare attraverso la ragione quella verità assoluta che vi si scorgerebbe nel mondo attraverso tale disciplina; ma invece fu leale pioniera dei sentimenti di misticismo scaturiti solo dalla sensibilità e l’apertura verso i sentimenti interiori fiorenti nell’anima.

Fu una donna che riuscì a guarire dal “Delirio” che il “Destino” le inflisse, attraverso le clausole mentali dell’uomo di quei tempi che non ammetteva concessione culturale alla donna. Ciononostante appunto, guarì dall’infermità attraverso la spudorata trasgressione del servirsi di ogni mezzo sentimentale e poetico per riuscire a scorgere e far comprendere il senso di completezza che rispecchia l’intero creato; completezza che c’appare soltanto attraverso eguale misura di rilevamento che tutt’ora ancora non si possiede tra uomo e donna.

Racchiudere la poetica ed il pensiero di Maria Zambrano sarebbe sovversivo e riduttivo; forse solo tramite le sue parole vi si potrebbe scorgere l’avanzamento ideologico delle sue ipotesi sulla realtà fenomenica che ci circonda, complementare e rafforzata da vicendevoli sgorghi d’umanità:

“Poesia è reintegrazione, riconciliazione, abbraccio che serra in unità l’essere umano con il sogno da cui proviene, cancellando le distanze.”

Una donna la cui carriera fu travisata e tormentata; e, se per certi aspetti trasse l’originalità della semplicistica quantistica di immagini che si realizzano in primis nella nostra anima, dall’altro lato dimostrò raziocinio nel contemplare i passaggi della natura che la catturavano nel misticismo realistico in cui vi s’avvolgeva il suo studio. Zambrano, infatti, scriveva l’andamento graduale della “ragione poetica”, ossia quel metodo di pensiero lontano dai dogmi filosofici che tutto ridimensionavano in un unico archè:”E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole“.

prendimi_lanima_iain_glen_roberto_faenza_011_jpg_dyuiInsieme al folgore di questa donna, che optò allo studio fascinoso della filosofia come metodo intrinseco che allinea mente e cuore, bisogna ricordare un’altra storia d’emancipazione femminile o meglio, puro riscatto sociale. La storia di Sabina Nicolaevna Špil’rejn, forse ancor meno conosciuta della Zambrano, ma che fu una delle prime donne ad esercitare fieramente la professione di psicoanalista, una volta tornata reduce da una malattia mentale portatale dopo svariate violenze fisiche e psicologiche subite in famiglia nel periodo della sua infanzia. Durante l’epoca Leninista era paziente del dottor Jung, con la quale s’incatenò in una misteriosa storia d’amore che fu materiale di studio per il filosofo Sigmund Freud. La tenera Sabina riuscì a slacciare le catene del suo amore da Jung diventando fondatrice di una scuola infantile chiamata “Solidarietà internazionale”. Questo asilo divenne punto di riferimento per le tecniche di insegnamento più avanguardiste del periodo rielaborate attraverso la psicoanalisi, e lo stesso filosofo Freud dovette riconoscerle svariati meriti nella ricerca di questi studi psicologici. Anche Sabina fu vittima dei totalitarismi, in particolare quelli del suo luogo d’origine, la Russia di Stalin.

Eco&Narciso vi lascia con una citazione tratta dal film in suo onore, dal commovente titolo “Prendimi l’anima”, che in brevi e coincise parole categorizza anche la poetica filosofica della Zambrano riguardo la parità di sesso rielaborata attraverso il concetto di unione e completamento tra uomo e donna:

Dottor Jung: “Di solito si pensa che debba essere l’uomo a prendere l’iniziativa”
Sabina: “Non credi che ci sia qualcosa di maschile in ogni donna e qualcosa di femminile in ogni uomo o che almeno, così dovrebbe essere?”

Alessandra Mincone