ITALIA -In Italia il futuro degli studenti, ogni giorno più vicini al mondo del lavoro, è sempre più in bilico. Gli italiani non riescono più a vivere perennemente affiancati dall’incertezza del domani, tra notiziari e giornali che continuano a parlare di crisi, di mancanza di lavoro e di licenziamenti di massa, così, i più intraprendenti, decidono di “fuggire” alla ricerca di qualcosa di meglio in un altro paese, o per lavorare o per studiare.

Per quanto riguarda lo studio, secondo i dati dell’ UNESCO, sono 51,236 i ragazzi italiani che hanno deciso di andare in un altro paese; in ordine cronologico le destinazioni più ambite per gli studi universitari sono: Gran Bretagna, Austria, Francia, Germania e Stati Uniti.

Un ragazzo italiano che decide di voler intraprendere un percorso di studi all’estero può farlo in diversi modi: partendo per un Erasmus, esperienza ormai molto diffusa tra i giovani italiani che, già iscritti ad un’università del paese, fanno uno scambio tra l’ateneo di provenienza ed un’altro europeo. Lo scambio dura in genere un semestre durante il quale si seguono corsi e si danno esami che varranno una volta tornati nella propria sede; invece, per chi ha già finito la triennale o la magistrale in Italia, è possibile fare un master post-laurea all’estero. Infine c’è chi decide di partire subito dopo il liceo e cominciare il corso di studi direttamente in un altro paese,  anche se sono ancora pochi quelli che lo fanno.

Effettivamente i vantaggi che porta lo studio lontano da casa sono molti: la perfetta conoscenza di una lingua straniera, più agevolazioni nel mondo del lavoro, l’acquisizione di una maggiore autonomia e la possibilità di conoscere e comprendere culture e mentalità differenti.

Non solo, la qualità che offrono molti atenei esteri è di gran lunga superiore a quella italiana, questo perché l’insegnamento e le nozioni che vengono offerte nelle università sono strettamente legate al mondo del lavoro e lo studio è trattato sotto un punto di vista più pratico, i progetti e le esperienze sono maggiori e più formativi rispetto a quelli del nostro paese.

Differiscono dall’Italia anche i costi: nel Regno Unito gli abitanti dell’Europa, gli Home Student, pagano le stesse tasse dei cittadini inglese e possono accedere ai “loan”, cioè i prestiti per studenti che, anche tra gli abitanti dell’Inghilterra stessa, sono molto diffusi a causa dei tagli all’istruzione che David Cameron ha attuato, facendo passare le rette di una laurea triennale da 3000 a 9000 pound. Questi “loan”, che attraverso una serie di richieste non sono assolutamente difficili da ottenere, coprono i costi del corso di studi e devono essere risarciti solo quando lo studente trova un lavoro stabile ed è in grado di ripagare il prestito in rate mensili.

Prezzi più bassi si trovano in Francia, dove le università pubbliche per una laurea triennale chiedono attorno ai 200 euro e, per un master o una magistrale, sui 250 euro. Ovviamente però, in questo stato, il divario tra la qualità delle università pubbliche e le Ecole ( scuole più prestigiose a numero chiuso ) è abissale ed il costo delle rette universitarie di queste ultime si avvicina molto a quello delle università Inglesi.

Invece, in Germania, l’iscrizione alla maggior parte degli atenei è gratuita, è richiesto solo il pagamento di una tassa semestrale per la manutenzione degli edifici universitari e del bar interno alla sede, per le agevolazioni ai mezzi pubblici e per le carte studenti.

La situazione è però diversa oltre oceano: negli Stati Uniti un italiano, essendo un International Student, è costretto a pagare rette altissime che vanno dai 30.000 ai 50.000 dollari l’anno ed inoltre non ha nemmeno accesso agli aiuti federali.

Insomma, a prescindere dalla disponibilità economica, per un italiano studiare in un paese della comunità europea non è solo un’esperienza, ma anche una grande agevolazione: per i prezzi, per la qualità dello studio, per i servizi offerti e per la facilità di trovare lavoro non appena gli studi siano terminati, ed in un paese dove tutte queste cose mancano non c’è da sorprendersi che la “fuga di cervelli”, invece di calare, aumenti giorno dopo giorno.

Daniela Diodato