Théophile Gautier - 1854
Théophile Gautier fotografato da Nadar nel 1854.

Il cielo è nero, la terra bianca;
— Campane, risuonate a festa! —
Gesù è nato. — La Vergine inclina
Su di lui il suo viso d’incanto.

(…)

La neve sulla capanna cuce
Le sue frange, ma sul tetto il cielo
Si apre; e, bianco, il coro degli angeli
Canta ai pastori «Natale! Natale!»

(Natale da «Smalti e cammei»)

Un quadro cesellato con precisione e incanto, pennellate di colori e suoni, s’imprime nei versi tra immagini tradizionali e accostamenti inattesi ma sempre misurati ed evocativi, riconciliando il cielo “nero” (un cielo impregnato quindi di disperazione terrestre) con la gloria della terra “bianca”, purificata e trionfante; Théophile Gautier (Tarbes, 1811 – Neuilly-Sur-Seine, 1872), poeta, scrittore, giornalista e critico d’arte, dallo spirito perennemente votato ad una mesta disperazione, temperata soltanto dalla consapevolezza di un’intima corrispondenza tra l’interiorità del singolo e l’immensità dell’universo, in cui l’animo risuona in echi e vibrazioni, disegna qui, nella raccolta cui ha destinato il colmo della sua poesia, «Smalti e cammei», apparsa nel 1852 e costantemente ampliata e rivista sino alla morte, un’inedita, particolare, lucente immagine del Natale.
Trasferitosi con la famiglia, ancora bambino, a Parigi, ove trascorrerà gran parte della sua vita, conosce durante il liceo Gérard de Nerval, con cui intesserà una lunga, sincera amicizia. Attratto dal Romanticismo francese, frequenta i circoli letterari ed esordisce con una prima raccolta poetica – intitolata semplicemente «Poesie» – nel 1830: nella prefazione si notano già i primi segni dell’originalità di Gautier. Inizia a prendere le distanze dai romantici cantori delle passioni e dei tormenti forti e tesi alla ricerca dell’infinito, come Chateaubriand, prediligendo il canto dei sentimenti più moderati e, peraltro, più consueti. Nonostante l’insuccesso di pubblico e critica, dà alle stampe altri lavori, tra cui il romanzo epistolare «Mademoiselle de Maupin», grazie al quale è notato da Honoré de Balzac. Nel frattempo, inizia una lunga, prolifica e, spesso, tormentata carriera di giornalista e di critico d’arte, con cui raggiungerà la fama ma che, per contro, lo assillerà con un lavoro incalzante e spesso mal retribuito, cui si dedicherà per vivere e, in seguito, per mantenere le due sorelle e la propria famiglia. Sentendosi poeta, peraltro, l’effimera natura degli articoli di giornale, già dimenticati dopo una settimana, non potrà rispondere al suo bisogno di una creazione duratura.

La prosa di Gautier è ricca, copiosa, fluente ed al contempo elegante e leggera; la facilità con cui lascia scivolare le parole sul foglio è il frutto di una cultura sterminata e di una padronanza della lingua che gli consente di attingere una perfezione formale ed un equilibrio stimati e ammirati.
Nel 1837 scrive il romanzo «Fortunio», “un inno alla bellezza, alla ricchezza, alla felicità” ma si tratta di un sogno, di un’evasione dal mondo quotidiano che l’opprime con la sua miseria, con la sua precarietà. “Oblio e nulla”, questo l’uomo, destinato a spegnersi per sempre e scomparire riassorbito in quell’Universo in cui non riveste né un’importanza particolare, né è investito di un destino privilegiato. Eppure, come scrive in occasione della morte di Baudelaire: “Di tutto ciò più niente, almeno di percepibile per noi, perché questo globulo, svanendo alla superficie dell’oscuro oceano delle cose, produce forse delle ondulazioni fino ai limiti del nostro universo, aldilà di Saturno, di Urano e di Nettuno”.
Queste due tensioni contrapposte, nulla ed eternità, compenetreranno l’opera e la vita di Gautier, senza gli slanci entusiasti ed eccessivi di Nerval, pronto a rischiare tutto per la conquista della verità, ma con un’inquietudine sottile, calibrata, temperata.

Per incarico de La Presse si reca oltre i Pirenei, inviando i resoconti di viaggio che saranno raccolti nel volume «Viaggio in Spagna». Nel 1852 viaggia a Malta, Costantinopoli e Atene, confrontandosi in prima persona con l’antichità greca e rivalutando l’arte classica. Nello stesso anno, pubblica «Smalti e cammei», dalla forma curata, cesellata, perfetta, specchio di quella teoria dell’“arte per l’arte” già preannunciata nell’introduzione di «Mademoiselle de Maupin», con cui si distacca dal Romanticismo e pone le basi del Parnasse. La costruzione della frase è piana ed elegante, il lessico infinitamente variegato, colto, sorprendente.

La vita sentimentale è travagliata: in giovinezza ha avuto un figlio da una breve relazione con Éugenie Fort; in seguito si accompagna alla cantante Ernesta Grisi con cui instaura una lunga convivenza e da cui avrà due figlie, Judith, che sposerà il poeta Catulle Mendès, e Estelle, futura sposa del poeta e drammaturgo Émile Bergerat.

Nel 1862–1863 Gautier pubblica il romanzo «Il Capitan Fracassa», ambientato nel XVII secolo, dai toni fantastici, comici, eroici, ingenui, magistralmente mescolati in una prosa fiorente e ricca, dal procedere talvolta lento della trama, talaltra fluente e rapido nell’avvicendarsi dei quadri.
Giunto al culmine della notorietà, Charles Baudelaire gli dedica «I fiori del male». Nel frattempo, Gautier ha finalmente raggiunto anche una relativa sicurezza economica. Gli eventi precipiteranno ancora nel 1870, con le disfatte della guerra franco–prussiana e il seguente assedio di Parigi. Gautier torna nella capitale e incita alla resistenza con diversi articoli apparsi sui più disparati giornali – e in seguito raccolti nei «Tableaux de siège»[1].

Nel 1872, caduto malato, Théophile Gautier muore; a rendergli omaggio, Victor Hugo, Sthéphane Mallarmé e Théodore de Banville.

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Note: 1) Per un elenco completo delle opere, cfr. http://www.theophilegautier.fr/

Davide Gorga