Il canone RAI è stato uno degli argomenti più dibattuti nelle ultime settimane ed ha portato a forti prese di posizione da parte di vari esponenti dei partiti politici.
L’idea che è stata affrontata in questi giorni riguarda la possibilità di inserire il pagamento del canone direttamente nella bolletta elettrica; Palazzo Chigi ha di fatto frenato il sottosegretario Antonello Giacomelli che, solo ieri mattina, ai microfoni di Radio 24 aveva dato praticamente per fatta la modifica legislativa: “La riflessione in atto” – fanno sapere fonti vicine al premier – “è strategica ma appare improbabile che l’ipotesi di mettere il canone in bolletta possa maturare entro questa legge di stabilità visti i tempi tecnici troppo stretti”.

Le cose sono andate diversamente da come previsto dal sottosegretario allo Sviluppo Economico e il tutto sembra slittare almeno fino al 2016. Sono tre i motivi indicati dall’Istituto Bruno Leoni:

  1. Agganciare il canone alla bolletta elettrica potrebbe portare alla nascita di un’imposta ”nascosta” all’interno di una tariffa che esula dal mero servizio televisivo italiano. Risulterebbe più complesso per il consumatore scorporare il canone RAI dalla bolletta stessa violando uno dei principi fondamentali dello Statuto del contribuenti: il principio di trasparenza.
  2. Risulterebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone e chiaramente i primi sono molto più numerosi dei possessori di un apparecchio televisivo. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo” – sottolinea l’IBL “Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”;
  3. Il canone potrebbe essere imposto anche ai possessori di pc, tablet e smartphone in grado di ricevere il segnale e e trasmettere i programmi RAI. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo la RAI, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la RAI, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la RAI. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”.

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone RAI è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è di tutto, di più”.

L’obiettivo delle istituzioni è quello di porre fine all’evasione del canone statale che è una delle più alte in Europa. L’imposta era nata come l’abbonamento da pagare per ricevere i programmi della TV di Stato dato che la RAI era l’unica televisione italiana. Con il passare del tempo e con la comparsa delle televisioni private sono stati inventati dei dispositivi per escludere la ricezione dei programmi della RAI ma questo escamotage non è stato accettato dallo Stato che ha a continuare a pretendere il canone dimostrando come questo sia considerato un vero e proprio tributo.

Sapere il reale numero di evasori risulta molto complesso dato che non c’è nessun interesse a comunicarlo da parte delle autorità dato che si teme la possibilità che sempre più persone siano incoraggiate a non pagare il tributo quanto più si scopre che è facile farla franca. Si ritiene che non paghino il canone dal 25 al 50 per cento delle famiglie tenute a farlo; le associazioni di consumatori credono che la quota più alta sia la più probabile.

È giusto ricordare a chi questi soldi sono diretti: l’imposta va a finire direttamente nelle casse della RAI che in cambio è obbligata a svolgere un servizio pubblico, ovvero programmi televisivi che non le converrebbe produrre economicamente.
La RAI può, però, cercare risorse anche sul mercato pubblicitario, e lo fa.

Fabio Palmiero