A Bruxelles l’ottimismo è di casa, un modo forse per celare imbarazzi e perplessità sull’operato della nuova Commissione guidata da Jean Claude Juncker. Che oggi ha ribadito l’importanza del suo piano da 315 miliardi per il futuro dell’intera Europa.

Il piano, come già raccontato ieri, si fonda su due capisaldi: una dotazione iniziale che, a conti fatti, si aggirerà intorno ai 21 miliardi di euro, e un’accurata selezione dei progetti da finanziare attraverso l’analisi di un pool di esperti.

Entrando più nel dettaglio, possiamo constatare come, dei 21 miliardi iniziali, ben 16 provengano da tagli a fondi differenti, mentre appena 5 saranno stanziati direttamente dalla BEI, la Banca Europea per gli Investimenti. Il tutto confluirà nel nuovo fondo denominato EFSI e sarà il capitale di partenza su cui, attraverso un leverage effect a coefficiente 15, l’Europa spera di mobilitare in tutto 315 miliardi circa.

In soldoni, per ogni euro messo dall’Europa, si prevede che ne arriveranno altri 15 da investimenti privati: una stima ritenuta “prudente” dai tecnici di Bruxelles e che tuttavia, in un frangente di stagnazione e scarso dinamismo economico, non manca di suscitare perplessità e un pizzico d’idiosincrasia realista.

Juncker difende a spada tratta il suo piano, facendolo apparire come un espediente messianico in grado di esorcizzare la maledizione della crisi: “L’Europa sta girando pagina dopo anni di sforzi per promuovere la credibilità fiscale e le riforme, il Piano sugli investimenti si può riassumere in un messaggio unico: l’Europa ora può offrire speranza al mondo su crescita e lavoro”.

Ciononostante, va registrato che la stragrande maggioranza delle risorse dovrà pervenire dai singoli Stati membri e dai privati. Anche per questo motivo, lo stesso Juncker, dopo varie contestazioni, è arrivato a promettere che tali investimenti non verranno conteggiati agli effetti del Patto di Stabilità. L’ambizione non manca, se è vero che questo piano conta di creare un milione di posti di lavoro nel giro di tre anni; e la stessa terminologia usata dal Presidente, che parla di un’Europa che “volta pagina”, racchiude numerose analogie con il nostro contesto nazionale.

A tal proposito, il ministro dell’Economia italiano Padoan ha sostenuto con nettezza il piano Juncker: “Quanto mai opportuno, serviva uno shock per la crescita perché c’è il rischio serio di movimento verso la stagnazione. Uscire da questa lunghissima crisi richiede nuove forme di cooperazione tra le istituzioni e i Paesi membri. Cruciale è recuperare un clima di fiducia reciproca”.

Il piano prenderà il via a partire dal prossimo giugno, dopo che il Parlamento Europeo avrà predisposto tutta la legislazione opportuna e, se riscuoterà successo, potrà essere prorogato fino al 2020. Ma l’impressione che aleggia, in definitiva, è che in Europa a causa della scarsità dei fondi e del contesto macroeconomico disequilibrato, si siano ridotti a fare le nozze coi fichi secchi. E che il tanto sospirato “New Deal” europeo rischi di rimanere un’utopia incastrata tra i meccanismi dell’ingegneria finanziaria.

Emanuele Tanzilli