Continuano le fratture provocate dal Jobs Act, che si diramano su due fronti: da un lato, Susanna Camusso afferma di valutare la possibilità di un ricorso alla Corte di Giustizia Europea, dall’altro continuano le spaccature interne al PD.

Matteo Renzi, se da un lato si trova a dover fare i conti con la minoranza interna al PD (sicché ieri 29 deputati non hanno votato la riforma), la CGIL valuta il ricorso in sede europea, facendo appello alla Carta di Nizza sui diritti fondamentali. A spiegarlo è il segretario generale della CGIL Susanna Camusso, che afferma la volontà di valutare “tutte le strade e la possibilità di un ricorso alla Corte di Giustizia Europea. Le nuove regole sul lavoro violano gli articoli 30 e 31 della Carta di Nizza”.

Gli articoli a cui fa riferimento la Camusso sono i seguenti:

  • Art. 30: Tutela in caso di licenziamento ingiustificato. Ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.
  • Art. 31: Condizioni di lavoro giuste ed eque.
    1. Ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose;
    2. Ogni lavoratore ha diritto a una limitazione della durata massima del lavoro e a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite.

Prima di ricorrere alla Corte di Giustizia Europea, spiega la Camusso, c’è il “bisogno di capire come vengono scritti i decreti delegati, se si decidono nel chiuso delle stanze o se si apre un confronto. Ci sono ancora cose da valutare”.  

Per quanto concerne lo scontro interno al Partito Democratico al quale si accennava, dovuto alla approvazione della legge delega sul Jobs Act alla Camera, Gianni Cuperlo e Matteo Orfini esprimono le proprio posizioni attraverso Facebook, seguendo una tendenza, quella dell’utilizzo dei social network per diffondere il proprio punto di vista, ormai diffusa.

L’inizio del botta e risposta è rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate ieri da Orfini, che ha commentato la decisione dei 29 parlamentari della minoranza di lasciare l’aula al momento del voto con la definizione “primedonne”. “Siamo solo coerenti con la nostra storia politica” la replica di Cuperlo .

Il botta e risposta tramuta poi in vere e proprie lettere pubbliche sui propri profili, sempre sul medesimo social network, preferendo dunque plateali e sceniche discussioni, piuttosto che un colloquio orale, che aiuterebbe entrambi a chiarire la propria posizione.

La lettera di Cuperlo a Orfini

La risposta di Orfini alla lettera di Cuperlo  

Morena Grasso