Si acuisce ulteriormente lo scontro all’interno del PD. Ora si fanno insistenti le voci di una possibile fuoriuscita dell’ala sinistra del partito, guidata dai frondisti Civati, Fassina e Cuperlo, soprattutto all’indomani dell’incontro con gli esponenti di SEL e dei vertici della CGIL. L’ipotesi è stata anche presa in considerazione dall’istituto ISPO, che valuta un eventuale nuovo partito alla sinistra del PD, e magari guidato da Landini, già al 10%.

Qualche giorno fa il giornale Libero Quotidiano riportava la notizia di una quasi certa fuoriuscita degli esponenti del PD Civati e Fassina. Un’ipotesi che solo qualche settimana fa sarebbe sembrata frutto dell’immaginazione, piuttosto fervente, di articolisti alle prime armi. Con il passare del tempo questa ipotesi diventa sempre più plausibile: Civati e Fassina hanno incontrato i vertici della CGIL ed alcuni esponenti di SEL, forse per fondare un nuovo partito, un nuovo soggetto di sinistra che possa contrapporsi a quello che viene ormai ironicamente denominato PDR (Partito Di Renzi).

L’ex-segretario, Pierluigi Bersani, e i suoi sodali  sembrano i più moderati. Il giorno prima del voto sul Job’s Act il segretario annunciava di rispettare la disciplina di partito e di attenersi alle indicazioni del segretario. Una responsabilità grave che l’emiliano si è assunto nei confronti della minoranza a cui appartiene: se la sua corrente non fosse stata presente al voto, sarebbe mancato il numero legale in aula. Ed allora Renzi sarebbe stato costretto a fare marcia indietro contro l’unico ostruzionismo che i regolamenti parlamentari non consentono di risolvere: l’abbandono dell’aula. Nessuno lo accusa direttamente, ma nei corridoi del Transatlantico sembra sussurrarsi: “Se non fosse stato per Bersani….

Sinistradem, la corrente di Cuperlo, ha protestato contro il Job’s Act assentandosi al voto finale in aula. Le motivazioni addotte sono varie, ma riassumibili in breve con le seguenti parole: nella direzione siamo riusciti a modificare ed aggiustare la legge delega, ma non riusciamo ancora a comprendere cosa vi sia di sinistra. Pericolo scampato comunque: il testo è stato approvato e la maggioranza governativa regge, anche se solo per 5 voti. Ma quanto accaduto non è privo di conseguenze: prima il segretario Renzi ha ringraziato i deputati che si sono attenuti alla disciplina di partito, aggiungendo che i decreti attuativi dimostreranno l’errore commesso da Sinistradem, e Orfini ha rincarato la dose. Non è mancata la pronta risposta di Gianni Cuperlo: “Sono impressionato dal tono e dal merito di queste frasi. Si è trattato di una scelta che a tanti è costata, e non poco” e che è stata presa da “donne e uomini con le loro convinzioni e la loro coerenza“, condita da un attacco diretto ad Orfini, non considerato quale una figura di garanzia, nonostante sia stata proprio la minoranza PD a sostenerlo a seguito delle dimissioni di Gianni Cuperlo. Orfini risponde: “Se tutti ci comportassimo come ieri avete fatto voi, questo partito diventerebbe uno spazio politico, e non un soggetto politico (per citare Bersani)“, nega di aver mai fatto parte della minoranza PD (o, almeno, di non esservi legato) e conclude con un laconico: “Il congresso è finito“, così insinuando il sospetto che i dissidenti stiano cercando rilevanza mediatica, più che solidità ideologica

La legge delega sarà ora discussa in seconda lettura al Senato il 2 Dicembre. Renzi dovrà affrontare una minoranza molto più agguerrita nei toni ma molto meno forte nei numeri, che già lancia le prime accuse: sette ore di discussione per decidere il futuro dei lavoratori italiani sono certamente troppi pochi.

Vincenzo Laudani