Poco prima di quello dell’europea Rosetta, atterrata lo scorso 12 novembre su una cometa gioviana dal nome impronunciabile, la NASA ha compiuto un altro sbarco (un po’ meno) importante. Una selezione dall’archivio sonoro dell’agenzia spaziale statunitense è infatti atterrata su SoundCloud, il portale di condivisione, fra musicisti e amatori, di musica – in senso lato – davvero d’ogni specie.

Aldilà delle comunicazioni tra gli astronauti e la Terra divenute un fenomeno di costume, come la proverbiale Houston, we’ve had a problem, e altri emozionanti frammenti della storia dello spazio, in questo stravagante archivio sono raccolti i ben più misteriosi suoni del Sistema Solare & oltre: una playlist che farà senz’altro accapponare la pelle a qualsiasi studente più o meno edotto di filosofia, da un lato, e ad uno con nozioni più o meno avanzate di fisica, dall’altro, ma per due ragioni molto diverse.

L’umanista, tutto estasiato dalla meccanica dei moti celesti, in cuor suo sentirà ora di poter più convintamente credere che esista senz’altro, a regolare l’intero universo, una dolcissima armonia delle sfere e magari perciò vorrà divulgarne la natura alle folle.

In tal caso, vi starebbe parlando di qualcosa che esiste da sempre: dell’intenso legame che si è da ogni tempo creduto sussistere tra le connessioni (in greco, guarda caso, ʿαρμονίαι, harmonìai) delle cose nel mondo e le magiche consonanze musicali. A far da tramite tra l’uno e l’altro aspetto sarebbe ben presto giunta, ovviamente, la matematica. Fu infatti Pitagora, monocordo alla mano, a derivare le perfette proporzioni del mondo, in base al rapporto che sussisteva tra la lunghezza di una corda e quella a cui doveva essere tastata per produrre, una volta pizzicata, la quinta, la quarta e l’ottava del suono fondamentale, quello che si ottiene quando la corda è lasciata libera. Gli intervalli che trovò erano davvero speciali perché superpartientes (della forma (n+1):n) e perché bastavano i soli numeri della τετρακτύς (tetraktýs) a determinarli: 2:1 per l’ottava, 3:2 per la quinta e 4:3 per la quarta.

Essendo la realtà stessa fondata sul numero, il passo da qui a credere che l’intero mondo stesse nelle sue parti proprio come ogni suono sta ad un altro, converrete, è davvero breve. Lo illustra perfettamente il monocordo cosmico dell’alchimista e massone Robert Fludd (1574-1637), che mette i quattro elementi, i sette pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno) e le tre parti dell’Iperuranio platonico ciascuno in una delle proporzioni musicali consonanti – che nel frattempo avevano fatto nuovi acquisti – con la Terra, la cui nota fondamentale è accordata dall’Artefice.

L’affascinante visione si insinua fino alle soglie della contemporaneità: così Keplero, eroe per caso della nostra scienza, di professione astrologo e geometra, aveva reso, come si sa, le sfere celesti un po’ meno sferiche; ma questo non gli impedì di piccarsi in ogni modo di scovare ancora, nei moti che andava catalogando scrupolosamente, le proporzioni musicali, spingendosi a fare riflessioni davvero libere in Harmonices Mundi:

Tellus canit MI FA MI ut vel ex sillaba conicias, in hoc nostro domicilio MIseriam et FAmem obtinere. [La Terra canta MI, FA, MI, per cui finanche dalle sillabe si indovina che in questo mondo troverete MIseria e FAme].

Harmonices mundi

Tra una cosa e l’altra abbiamo così trovato un ponte ideale verso quel fisico di cui sopra, a cui le vere musiche dei pianeti avevano procurato la pelle d’oca per un motivo semplice: che i pianeti non possono fare musica. Il suono è infatti il risultato di oscillazioni meccaniche nella materia, proprio quella di cui lo spazio interplanetario è pressoché privo. L’osservazione del nostro fisico è importante e fa vacillare tutto il compiacimento del filosofo che, tra l’altro, in mezzo a quel miasma di frequenze così instabili avrà ahimé pure stentato a riconoscere le consonanze musicali. La spiegazione, però, è presto detta.

Se il suono non arriva alle nostre orecchie da Saturno, di sicuro a noi giunge il profilo dei suoi anelli riflessi dal Sole.Questo perché la luce, e con essa tutte le onde elettromagnetiche, può propagarsi nel vuoto, in barba a quelli che, per parlare di comunicazioni radiofoniche, dicono ancora via etere, questo mezzo infinitamente rigido maGiove immateriale dalla cui oscillazione – come per il suono – deriverebbe la luce secondo teorie abbandonate un secolo fa.

Quello che la NASA ha fatto – ciò che ha finalità più scientifica che artistica – non è altro che convertire segnali elettromagnetici provenienti dai corpi celesti, caratterizzati da certe frequenze, in perturbazioni meccaniche con lo stesso spettro di frequenze.

Probabilmente, bisogna dirlo, Pitagora avrebbe difficilmente apprezzato tutti i brusii di cui proprio non ci si riesce a liberare e che sono tutt’altro che la beneamata quinta. Il risultato, aldilà di ogni scetticismo, è però davvero emozionante e ci fa sentire, come Rosetta, un po’ più vicini al lontano vuoto ora riempito del cosmo.

Antonio Somma