PARTE PRIMA

Il periodo che intercorre tra il febbraio del 1992 (inizio dell’inchiesta “mani pulite”) e marzo 1994 (elezioni politiche e primo governo Berlusconi) rappresenta il passaggio tra la prima e la seconda repubblica con la demolizione dei partiti storici e l’alba di una nuova epoca salutata con tutti i migliori auspici.

Sebbene non abbia nessun rimpianto per un periodo in cui si sono radicati il clientelismo, l’assistenzialismo e la straordinaria attitudine ad una spesa pubblica incontrollata ieri, con alcuni amici, riflettevo di come questa transizione non abbia favorito in nessun modo l’abbandono delle cattive abitudini ed abbia invece fatto perdere ogni riferimento ideologico (se si escludono le nostalgiche appendici estreme), costringendo gli elettori a cercare non nei valori ma nelle persone e nel loro modo di proporsi un ancoraggio che non possiamo più definire politico ma, e qui devo utilizzare una termine che odio, leaderistico.

Astensionismo, volatilità del consenso e debolezza strutturale dei partiti (pensate a IDV, M5S, FLI, ecc..) sono le dirette conseguenze di questa trasformazione dello scenario politico, diventato un campo di battaglia per chi le racconta più grosse; poco importa poi se nella continua ricerca della boutade del giorno uno cade in contraddizione, basta smentire il giorno dopo! Alcuni politici sono diventati talmente abili in questo gioco, che potremmo chiamare “detto e smentito”, da riuscire a sostenere versioni contrapposte dello stesso concetto in virtù della platea con cui stanno interloquendo.

Questo inaccettabile impoverimento del dibattito politico mi ha spinto, alcuni mesi fa, a scrivere una nota con l’obiettivo di stimolare un confronto su contenuti e valori che, anche se in posizioni totalmente differenti, appartengono a tutti e con cui tutti devono confrontarsi. Con lo stesso intento di allora ripropongo qui, in quattro parti, i punti trattati nella speranza di trovare chi avrà voglia di discutere e confrontarsi seriamente e senza pregiudizi.

L’individuo: senza cadere nel demagogico messaggio pentastellato del “uno vale uno” è necessario riuscire a svincolarsi dal retaggio medioevale del corporativismo, riportando al centro dell’attenzione il singolo piuttosto che la collettività. Per troppi anni il paese si è concentrato nel soddisfare le richieste di gruppi di persone a discapito di quelle dei singoli, appiattendo tutti verso il livello medio piuttosto che favorire il merito e le capacità individuali. È necessario rivedere il paradigma dando la possibilità a tutti, non solo agli aderenti ad una delle tante consorterie, di poter sviluppare le proprie capacità, dando loro la libertà di esprimere con facilità il proprio potenziale. Per raggiungere questo obiettivo non si può prescindere dall’abolizione di albi, ordini, consociazioni e tutte quelle aggregazioni che impediscono di attivare l’ascensore sociale grazie al merito e garantiscono invece la continuità e la selezione clientelare. Solo in questo modo si può tentare di restituire una speranza a chi, non riuscendo ad esprimere il proprio potenziale, smette di cercare di accrescerlo per puntare tutto sulle opportunità fornite dalle relazioni, decide di espatriare o, peggio ancora, si arrende cadendo nella disperazione e nell’umiliazione personale.

Il riposizionamento dell’individuo non deve essere costretto all’interno dei sistemi economici o professionali ma, attraverso un vero e proprio cambio di prospettiva dell’intera sfera personale e relazionale, deve garantire ad ognuno la libertà di seguire le proprie inclinazioni, non solo per accrescere lo stato sociale, ma per soddisfare la propria identità. Impossibile raggiungere questo traguardo senza svincolarsi dai condizionamenti dei nostri retaggi millenari, non certo per un’avversione verso il passato o la nostra storia, ma per amore dell’individuo e per il rispetto delle idee altrui. In quest’ottica come non condividere le battaglie che mirano ad esaltare le scelte dei singoli rispetto a quelle che, per tutelare una presunta ragione comune, mortificano ed opprimono le differenze?

A questo cambio di paradigma deve affiancarsi una maggiore responsabilità individuale, affinché la sana volontà di rispettare il volere personale non generi derive di anarchia sociale e politica ma permetta ad ognuno di perseguire la propria strada senza arrecare danno agli altri e rispondendo personalmente delle proprie cattive scelte.
Corrado Rabbia